
Trump trionfa in Indiana, ma l’onda blu democratica avanza verso i midterm
Il presidente dimostra il suo controllo sul Gop punendo i dissidenti, ma democratici vincono in Michigan e Ohio lanciano segnali di riscossa.
La notte del 5 maggio ha offerto un’istantanea del potere di Donald Trump e delle contraddizioni che attraversano il Partito Repubblicano a pochi mesi dalle elezioni di medio termine. In Indiana, il presidente ha ottenuto una vittoria netta nella sua personale crociata punitiva contro sette senatori statali del Gop che lo scorso anno avevano votato contro il suo piano di ridisegnare i distretti congressuali dello Stato. Cinque di loro sono stati sconfitti da candidati sostenuti direttamente da Trump, dimostrando che la lealtà al leader resta il criterio assoluto per sopravvivere nelle primarie repubblicane.
Solo un senatore, Spencer Deery, ha resistito, mentre un’altra sfida è ancora troppo incerta per essere proclamata. Per gli analisti di Washington, il messaggio è chiaro: chiunque osi sfidare il presidente, anche su questioni locali, paga un prezzo politico altissimo. I legislatori uscenti, intervistati dai media, non hanno mostrato pentimento: «Non ho rimpianti», ha dichiarato Greg Walker, veterano di vent’anni nella camera statale, dopo aver perso contro la candidata trumpiana Michelle Davis.
Tuttavia, la vittoria di Trump in Indiana non racconta l’intera storia. Nello stesso giorno, in Michigan, il democratico Chedrick Greene ha stravinto un’elezione suppletiva per il Senato statale con un margine di diciannove punti percentuali in un distretto che nel 2024 Kamala Harris aveva vinto per appena un punto. Un risultato che, secondo gli osservatori europei, indica un’inversione di tendenza: l’elettorato moderato e gli indipendenti, stanchi di un presidente che appare sempre più concentrato sulla vendetta personale e su progetti faraonici, si stanno mobilitando contro il Gop.
In Ohio, intanto, la sfida per il governatorato vedrà contrapposti il repubblicano Vivek Ramaswamy e la democratica Amy Acton, mentre l’ex senatore Sherrod Brown tenterà di riconquistare un seggio al Congresso. Per Bruxelles e Roma, queste primarie hanno un’eco particolare. L’escalation militare in Iran voluta da Trump sta facendo salire i prezzi della benzina, e l’Europa – l’Italia in prima linea – teme ripercussioni sulle economie già fragili.
Se i democratici dovessero conquistare la Camera dei rappresentanti a novembre, come suggeriscono i sondaggi e la tradizionale perdita di seggi da parte del presidente di turno, le politiche commerciali e la posizione verso la Nato potrebbero cambiare radicalmente. Dalla prospettiva di Pechino, la turbolenza interna americana è una finestra di opportunità: un Congresso diviso indebolirebbe la capacità di Washington di mantenere una linea dura su Taiwan e sulle tariffe. Intanto, il Partito Repubblicano deve fare i conti con un dilemma esistenziale.
Trump può ancora disciplinare i dissidenti, come ha dimostrato in Indiana, ma questa guerra interna consuma risorse e credibilità. Come notano gli analisti di Chicago, la vittoria del presidente nelle primarie è di Pirro se porta a candidati troppo estremisti per vincere nei collegi competitivi. L’onda blu, se arriverà, non sarà solo una reazione a Trump, ma anche il frutto di un partito repubblicano orfano di una strategia che vada oltre la fedeltà al leader.
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