
Uccisione di Amal Khalil nel sud del Libano: l'Unesco chiede un’inchiesta, Hezbollah minaccia ritorsioni
La condanna dell’Unesco per l’uccisione della giornalista libanese Amal Khalil, avvenuta il 22 aprile durante un raid israeliano nel villaggio di Tayri, segna un punto di svolta nella percezione internazionale del conflitto in corso lungo il confine tra Libano e Israele. Il direttore generale dell’organizzazione, Khaled El-Anany, ha chiesto un’indagine completa, richiamando la risoluzione 2222 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che sancisce la protezione dei giornalisti in quanto civili nelle aree di conflitto. Da Bruxelles, gli analisti sottolineano come questa presa di posizione arrivi dopo che Beirut ha formalmente sottoposto il caso all’agenzia culturale dell’Onu, aprendo uno spiraglio per un possibile coinvolgimento delle corti penali internazionali, sebbene il percorso appaia ancora incerto.
Secondo quanto riferito dal Comitato per la protezione dei giornalisti, con sede a New York, Khalil non è morta immediatamente. Prima di soccombere è rimasta sepolta sotto le macerie per sette ore, durante le quali è riuscita a contattare la famiglia e l’esercito libanese chiedendo aiuto. La sua collega Zeinab Faraj è rimasta ferita nello stesso attacco. Questi particolari, emersi grazie alle testimonianze raccolte dal comitato, aggiungono una dimensione di cruda umanità a una vicenda che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni regionali. Dal punto di vista libanese, il presidente Joseph Aoun ha definito il raid «un deliberato attacco ai media», accusando Israele di voler occultare le proprie violazioni con l’eliminazione dei cronisti, e ha parlato di crimine contro l’umanità. Non meno significativa è la reazione di Hezbollah: il deputato Ibrahim al-Moussaoui ha promesso una risposta «all’altezza della gravità del crimine», in un crescendo retorico che preoccupa gli osservatori europei.
Per l’Italia e l’Europa, la vicenda si inserisce in un quadro più ampio di progressivo azzeramento delle tutele per i giornalisti nei teatri bellici. Mentre a Ginevra e a Strasburgo si moltiplicano gli appelli al rispetto del diritto umanitario, l’uccisione di Khalil – giornalista di Al-Akhbar, testata vicina a Hezbollah – solleva interrogativi scomodi sull’effettiva neutralità dell’informazione in zone di guerra e sulla necessità di meccanismi di protezione che vadano oltre le condanne verbali. L’auspicio, condiviso da più capitali europee, è che l’inchiesta chiesta dall’Unesco possa fungere da deterrente e che la comunità internazionale non lasci cadere nel vuoto la lezione di questa morte. In un Medio Oriente in cui ogni escalation rischia di allargare il conflitto, la tenuta delle regole minime di civiltà resta l’unico argine contro la deriva. La memoria di Amal Khalil, e dei sette giornalisti uccisi in Libano dall’inizio delle ostilità, impone di non abbassare la guardia.
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