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Giustizia e Dirittolunedì 1 giugno 2026

Ungheria, scontro tra premier e presidente: Magyar minaccia di cambiare la Costituzione

Dopo il rifiuto di dimissioni del capo dello Stato Tamás Sulyok, il neopremier Péter Magyar avvia le procedure per rimuoverlo. La maggioranza dei due terzi in parlamento gli consente revisioni costituzionali.

È scaduto senza effetto l’ultimatum che il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar aveva imposto al presidente della Repubblica Tamás Sulyok: dimettersi entro la mezzanotte di domenica 31 maggio. Sulyok, insediato nel febbraio 2024 dal parlamento a maggioranza Fidesz, ha respinto la richiesta, dichiarando di voler restare in carica fino al termine naturale del mandato quinquennale. La risposta di Magyar non si è fatta attendere: al termine di un incontro nel palazzo presidenziale il 1° giugno, ha annunciato che il governo avvierà “immediatamente le procedure necessarie” per rimuovere il capo dello Stato, ricorrendo se necessario a una modifica della costituzione.

La tensione affonda le radici nel terremoto politico delle elezioni di aprile, quando il partito di centro-destra Tisza, guidato da Magyar, ha sconfitto il Fidesz di Viktor Orbán dopo sedici anni ininterrotti di governo. Con una maggioranza di due terzi in parlamento, Tisza ha la forza per riscrivere la legge fondamentale, e Magyar ha promesso di “ripulire” le istituzioni dai funzionari nominati dal precedente esecutivo. Sulyok, considerato un uomo di Orbán, incarna per il nuovo premier il residuo di un sistema che intende smantellare. Il presidente, da parte sua, accusa Magyar di “sfruttamento politico della costituzione” e avverte che la crisi istituzionale rischia di danneggiare il recupero dei fondi europei, legati al rispetto dello Stato di diritto.

Da Bruxelles, l’evolversi della situazione viene seguito con preoccupazione. La Commissione europea, già impegnata nel monitoraggio delle riforme ungheresi, teme che uno scontro tra i massimi organi dello Stato possa aggravare l’instabilità in un paese centrale per l’Europa centro-orientale. Secondo analisti dell’area, il braccio di ferro rischia di trasformarsi in un conflitto costituzionale inedito, con possibili ripercussioni sui negoziati per i fondi di coesione. Mosca, attraverso i media filogovernativi russi, sottolinea la “crisi costituzionale” e la “spaccatura della società”, forse con l’intento di segnalare l’affidabilità perdurante di Orbán come interlocutore, ma anche per mettere in guardia contro derive “rivoluzionarie” che potrebbero destabilizzare il quadro geopolitico regionale.

Nelle redazioni dell’Europa occidentale, dal Frankfurter Allgemeine Zeitung al portoghese Valor Econômico, si evidenzia la delicatezza della procedura: l’impeachment, previsto ma mai utilizzato, minerebbe l’autorità della presidenza, mentre una modifica costituzionale ad hoc potrebbe essere letta come una strumentalizzazione della carta fondamentale. Magyar ha assicurato di voler evitare “leggi su misura”, promettendo di ripristinare lo Stato di diritto. Ma la vicenda svela la fragilità di un assetto istituzionale plasmato da Orbán e ora chiamato a un brusco rinnovamento. L’Italia, che con l’Ungheria condivide delicati dossier europei – dalla politica migratoria alla transizione energetica – guarda con attenzione a un possibile riassetto dei rapporti di forza a Bruxelles, dove Budapest è stata a lungo un alleato chiave per il gruppo di Visegrád.

La vera posta in gioco è la ridefinizione della democrazia ungherese. Se Magyar riuscirà a rimuovere Sulyok e gli altri alti funzionari, si tratterà di un’epurazione senza precedenti che potrebbe accelerare il riallineamento del paese verso l’Europa occidentale, ma anche inasprire le divisioni interne. In caso contrario, l’esecutivo potrebbe risultare indebolito e la transizione post-Orbán più travagliata del previsto. In ogni caso, la fase che si apre a Budapest è gravida di conseguenze per l’intera Unione.

Divergenza — chi la racconta come
28%Media
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CriticoFavorevole
EURRUSLAT
Divergenza tra blocchi di stampa
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Stampa russa e CSI−0.60critical
Stampa latinoamericana0.00neutral
Stampa europea continentale0.00

Il nuovo premier ungherese Péter Magyar cerca di smantellare l'eredità istituzionale di Viktor Orbán, ma incontra la resistenza del presidente Tamás Sulyok, nominato sotto il precedente governo. Scaduto l'ultimatum per le dimissioni volontarie, Magyar ha annunciato che userà la supermaggioranza parlamentare per modificare la costituzione e rimuovere il capo dello Stato. Lo stallo rappresenta un test precoce della capacità del nuovo esecutivo di rinnovare un apparato statale ancora popolato da fedelissimi di Orbán.

ScetticismoPragmatismo
Stampa russa e CSI−0.60

Il primo ministro Magyar ha minacciato di costringere il presidente Sulyok alle dimissioni, spingendo Sulyok a denunciare uno sfruttamento politico della costituzione. Il presidente ha avvertito che la mossa rischia di provocare una crisi costituzionale, approfondisce le divisioni sociali e danneggia l'immagine democratica dell'Ungheria. Le fonti russe sottolineano che Sulyok si è espresso su una piattaforma bloccata in Russia, inquadrando lo scontro come una lotta di potere destabilizzante.

AllarmeIndignazione
Stampa latinoamericana0.00

Il nuovo premier ungherese Péter Magyar si muove per rimuovere il presidente Tamás Sulyok, nominato sotto l'ex leader Viktor Orbán, nel quadro di un'epurazione più ampia dei funzionari dell'era Orbán dalle istituzioni. Dopo il rifiuto del presidente di dimettersi, Magyar ha annunciato che attiverà meccanismi legali, inclusa una possibile modifica costituzionale, per estrometterlo. Il partito di centrodestra Tisza, che ha posto fine a sedici anni di governo Orbán, considera questa rimozione un passo chiave per consolidare il cambiamento democratico.

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lunedì 1 giugno 2026

Ungheria, scontro tra premier e presidente: Magyar minaccia di cambiare la Costituzione

Dopo il rifiuto di dimissioni del capo dello Stato Tamás Sulyok, il neopremier Péter Magyar avvia le procedure per rimuoverlo. La maggioranza dei due terzi in parlamento gli consente revisioni costituzionali.

È scaduto senza effetto l’ultimatum che il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar aveva imposto al presidente della Repubblica Tamás Sulyok: dimettersi entro la mezzanotte di domenica 31 maggio. Sulyok, insediato nel febbraio 2024 dal parlamento a maggioranza Fidesz, ha respinto la richiesta, dichiarando di voler restare in carica fino al termine naturale del mandato quinquennale. La risposta di Magyar non si è fatta attendere: al termine di un incontro nel palazzo presidenziale il 1° giugno, ha annunciato che il governo avvierà “immediatamente le procedure necessarie” per rimuovere il capo dello Stato, ricorrendo se necessario a una modifica della costituzione.

La tensione affonda le radici nel terremoto politico delle elezioni di aprile, quando il partito di centro-destra Tisza, guidato da Magyar, ha sconfitto il Fidesz di Viktor Orbán dopo sedici anni ininterrotti di governo. Con una maggioranza di due terzi in parlamento, Tisza ha la forza per riscrivere la legge fondamentale, e Magyar ha promesso di “ripulire” le istituzioni dai funzionari nominati dal precedente esecutivo. Sulyok, considerato un uomo di Orbán, incarna per il nuovo premier il residuo di un sistema che intende smantellare. Il presidente, da parte sua, accusa Magyar di “sfruttamento politico della costituzione” e avverte che la crisi istituzionale rischia di danneggiare il recupero dei fondi europei, legati al rispetto dello Stato di diritto.

Da Bruxelles, l’evolversi della situazione viene seguito con preoccupazione. La Commissione europea, già impegnata nel monitoraggio delle riforme ungheresi, teme che uno scontro tra i massimi organi dello Stato possa aggravare l’instabilità in un paese centrale per l’Europa centro-orientale. Secondo analisti dell’area, il braccio di ferro rischia di trasformarsi in un conflitto costituzionale inedito, con possibili ripercussioni sui negoziati per i fondi di coesione. Mosca, attraverso i media filogovernativi russi, sottolinea la “crisi costituzionale” e la “spaccatura della società”, forse con l’intento di segnalare l’affidabilità perdurante di Orbán come interlocutore, ma anche per mettere in guardia contro derive “rivoluzionarie” che potrebbero destabilizzare il quadro geopolitico regionale.

Nelle redazioni dell’Europa occidentale, dal Frankfurter Allgemeine Zeitung al portoghese Valor Econômico, si evidenzia la delicatezza della procedura: l’impeachment, previsto ma mai utilizzato, minerebbe l’autorità della presidenza, mentre una modifica costituzionale ad hoc potrebbe essere letta come una strumentalizzazione della carta fondamentale. Magyar ha assicurato di voler evitare “leggi su misura”, promettendo di ripristinare lo Stato di diritto. Ma la vicenda svela la fragilità di un assetto istituzionale plasmato da Orbán e ora chiamato a un brusco rinnovamento. L’Italia, che con l’Ungheria condivide delicati dossier europei – dalla politica migratoria alla transizione energetica – guarda con attenzione a un possibile riassetto dei rapporti di forza a Bruxelles, dove Budapest è stata a lungo un alleato chiave per il gruppo di Visegrád.

La vera posta in gioco è la ridefinizione della democrazia ungherese. Se Magyar riuscirà a rimuovere Sulyok e gli altri alti funzionari, si tratterà di un’epurazione senza precedenti che potrebbe accelerare il riallineamento del paese verso l’Europa occidentale, ma anche inasprire le divisioni interne. In caso contrario, l’esecutivo potrebbe risultare indebolito e la transizione post-Orbán più travagliata del previsto. In ogni caso, la fase che si apre a Budapest è gravida di conseguenze per l’intera Unione.

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Il primo ministro Magyar ha minacciato di costringere il presidente Sulyok alle dimissioni, spingendo Sulyok a denunciare uno sfruttamento politico della costituzione. Il presidente ha avvertito che la mossa rischia di provocare una crisi costituzionale, approfondisce le divisioni sociali e danneggia l'immagine democratica dell'Ungheria. Le fonti russe sottolineano che Sulyok si è espresso su una piattaforma bloccata in Russia, inquadrando lo scontro come una lotta di potere destabilizzante.

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Il nuovo premier ungherese Péter Magyar si muove per rimuovere il presidente Tamás Sulyok, nominato sotto l'ex leader Viktor Orbán, nel quadro di un'epurazione più ampia dei funzionari dell'era Orbán dalle istituzioni. Dopo il rifiuto del presidente di dimettersi, Magyar ha annunciato che attiverà meccanismi legali, inclusa una possibile modifica costituzionale, per estrometterlo. Il partito di centrodestra Tisza, che ha posto fine a sedici anni di governo Orbán, considera questa rimozione un passo chiave per consolidare il cambiamento democratico.

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