
Visti negati ai calciatori iracheni? La bufera mediatica prima del Mondiale 2026
Baghdad smentisce le voci su cinque giocatori bloccati dagli Stati Uniti. Ma la vicenda solleva interrogativi sulla gestione dei visti per il torneo.
Un post virale su X ha scatenato un caso diplomatico-sportivo alla vigilia del Mondiale 2026: cinque calciatori della nazionale irachena, tra cui l’attaccante del Luton Town Ali al‑Hamadi, sarebbero stati respinti dalle autorità Usa. La notizia, ripresa da fonti di stampa a Baghdad e da Mosca, ha messo in allarme il mondo del calcio, ma il governo americano e la Federazione irachena hanno smentito con nettezza. Ufficiali di Washington hanno confermato a Newsweek che nessun giocatore è stato escluso, mentre il 55 membri della delegazione irachena – ha precisato il presidente della Federcalcio di Baghdad – hanno tutti ricevuto il visto d’ingresso.
Il ritorno dell’Iraq alla Coppa del Mondo dopo quasi quarant’anni è un evento carico di significato sportivo e politico. La squadra, inserita nel girone con Francia, Senegal e Norvegia, disputerà alcune partite sul suolo statunitense, rendendo la questione dei visti particolarmente delicata. Secondo fonti vicine alla federazione irachena, la diffusione della falsa notizia ha generato ansia tra i tifosi e imbarazzo diplomatico: per quanto la smentita sia arrivata tempestivamente, il solo fatto che simili voci abbiano trovato credito rivela la fragilità dei processi di controllo alle frontiere in un evento globale.
Da Bruxelles e New York, gli analisti osservano che il sistema di visti americano, spesso farraginoso e selettivo, resta un potenziale ostacolo per atleti provenienti da Paesi con procedure di sicurezza più rigide. L’eco della vicenda arriva anche in Europa, dove l’Italia – impegnata nei playoff per la qualificazione – segue con attenzione le dinamiche organizzative del torneo co‑ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico. Sebbene il caso iracheno si sia risolto in una bolla mediatica, il timore è che altri giocatori, specialmente da nazioni africane o asiatiche, possano trovarsi in difficoltà simili nelle prossime settimane.
Guardando avanti, la vicenda rappresenta un campanello d’allarme per la Fifa e per i paesi organizzatori. Il Mondiale 2026, il primo a 48 squadre, richiederà una macchina burocratica e logistica senza precedenti, dove la gestione dei permessi di ingresso diventa un tassello cruciale. L’auspicio degli osservatori internazionali è che l’episodio serva da lezione per snellire le procedure, garantendo che lo sport non venga offuscato da intoppi amministrativi. La partita vera, per ora, si gioca fuori dal campo: tra diplomazia, comunicazione e fiducia nelle istituzioni.
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −1.00 | critical |
| Stampa del Golfo arabo | 0.00 | neutral |
Un post virale sui social media che sosteneva che gli Stati Uniti avessero negato i visti a cinque giocatori iracheni in vista dei Mondiali è stato smentito dalle autorità. La notizia è falsa; tutti i giocatori hanno ricevuto le approvazioni necessarie. Viene sottolineata la diffusione di disinformazione.
Le autorità statunitensi hanno negato i visti a cinque giocatori della nazionale irachena prima dei Mondiali, creando ostacoli per la squadra. Le ragioni rimangono sconosciute e l'Iraq ha fatto appello alla FIFA. Questo viene visto come un altro esempio di ostilità statunitense e barriere per gli atleti stranieri.
La Federazione calcistica irachena ha smentito le voci secondo cui alcuni suoi giocatori avrebbero ricevuto un rifiuto del visto per gli USA in vista dei Mondiali. Hanno confermato che tutti i membri della nazionale hanno ottenuto le necessarie approvazioni di ingresso. Le voci che circolano sono infondate.
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