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lunedì 27 aprile 2026

Kim apre il memoriale per i caduti in Ucraina: Pyongyang e Mosca rafforzano il fronte anti-occidentale

La Corea del Nord ha compiuto un gesto simbolico di enorme portata: l’inaugurazione a Pyongyang, alla presenza del ministro della Difesa russo Andrej Belousov e del presidente della Duma Vjačeslav Volodin, di un mausoleo e di un museo dedicato ai «caduti dell’operazione militare all’estero» – eufemismo che cela i reparti inviati a combattere contro le forze ucraine nel Kursk. Davanti al monumento, Kim Jong-un ha riaffermato il sostegno alla «guerra sacra» di Mosca, promettendo che la Corea del Nord continuerà a difendere la sovranità e l’integrità territoriale russa. Le parole di Kim suggellano una convergenza che da scambio pragmatico si trasforma in vera e propria comunione ideologica: a suo dire, gli eserciti dei due Paesi hanno combattuto «fianco a fianco nella stessa trincea» per impedire la rinascita del fascismo e delle ambizioni egemoniche occidentali.

L’evento è stato orchestrato per massimizzarne la risonanza. Velivoli militari hanno solcato il cielo, palloni bianchi sono stati liberati e, dopo il taglio del nastro, Belousov ha consegnato personalmente decorazioni al valore a soldati nordcoreani che hanno partecipato alla riconquista della regione russa invasa nell’estate 2024 dagli ucraini. Volodin ha letto un messaggio di Putin che ringraziava Kim per aver eretto il memoriale «in tempi record». È la prima volta che Pyongyang onora ufficialmente i propri soldati caduti in un conflitto contemporaneo lontano dalla penisola coreana, un’ammissione implicita – benché mai quantificata dalle fonti ufficiali – dell’entità del coinvolgimento: secondo le stime dell’intelligence sudcoreana, almeno 15.000 militari nordcoreani sono stati dispiegati e circa 2.000 avrebbero perso la vita, sebbene altre valutazioni parlino di oltre 6.000 vittime.

La congiuntura ha radici profonde. Agli occhi di Pyongyang, la guerra in Ucraina è lo scenario in cui consolidare un’inedita partnership strategica: missili, munizioni e uomini in cambio di tecnologia militare, derrate alimentari e copertura diplomatica. Mosca, da parte sua, ha offerto un nuovo piano quinquennale di cooperazione militare, segno che l’asse è destinato a istituzionalizzarsi. Negli ambienti vicini a Pechino si osserva con un misto di cautela e tacito compiacimento l’erosione dell’ordine a guida americana; per Seul e Tokyo, invece, la saldatura tra l’arsenale nucleare di Kim e l’esperienza bellica russa rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza regionale, acuita dal sospetto che Mosca stia trasferendo a Pyongyang tecnologia missilistica e satellitare.

Per l’Europa e per l’Italia – schierata sul fianco orientale della NATO con proprie forze in Lettonia e nei contingenti multinazionali – il memoriale di Pyongyang è molto più di un esercizio di propaganda. Segnala che il conflitto ucraino ha definitivamente aggregato potenze revisioniste i cui interessi si rafforzano a vicenda, accrescendo la pressione sull’architettura di sicurezza euro-atlantica. Mentre Zelensky, nel quarantesimo anniversario di Chernobyl, denunciava il «terrorismo nucleare» russo e il pericolo di un nuovo disastro, l’abbraccio tra Belousov e Kim chiariva che il Cremlino intende giocare anche la carta asiatica per logorare l’Occidente.

Il vero lascito del mausoleo, tuttavia, è politico: trasforma un’operazione militare opaca in un mito fondativo dell’alleanza, rendendo irreversibile il percorso di avvicinamento. Se il piano quinquennale andrà in porto, l’embargo internazionale sulla Corea del Nord sarà ulteriormente svuotato e l’Europa dovrà fare i conti con un secondo focolaio di instabilità tecnologicamente potenziato. Davanti a tessere che si ricompongono con tanta rapidità, la diplomazia del Vecchio Continente è chiamata a ripensare la propria capacità di risposta, ben oltre la pur indispensabile assistenza a Kiev.

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lunedì 27 aprile 2026

Kim apre il memoriale per i caduti in Ucraina: Pyongyang e Mosca rafforzano il fronte anti-occidentale

La Corea del Nord ha compiuto un gesto simbolico di enorme portata: l’inaugurazione a Pyongyang, alla presenza del ministro della Difesa russo Andrej Belousov e del presidente della Duma Vjačeslav Volodin, di un mausoleo e di un museo dedicato ai «caduti dell’operazione militare all’estero» – eufemismo che cela i reparti inviati a combattere contro le forze ucraine nel Kursk. Davanti al monumento, Kim Jong-un ha riaffermato il sostegno alla «guerra sacra» di Mosca, promettendo che la Corea del Nord continuerà a difendere la sovranità e l’integrità territoriale russa. Le parole di Kim suggellano una convergenza che da scambio pragmatico si trasforma in vera e propria comunione ideologica: a suo dire, gli eserciti dei due Paesi hanno combattuto «fianco a fianco nella stessa trincea» per impedire la rinascita del fascismo e delle ambizioni egemoniche occidentali.

L’evento è stato orchestrato per massimizzarne la risonanza. Velivoli militari hanno solcato il cielo, palloni bianchi sono stati liberati e, dopo il taglio del nastro, Belousov ha consegnato personalmente decorazioni al valore a soldati nordcoreani che hanno partecipato alla riconquista della regione russa invasa nell’estate 2024 dagli ucraini. Volodin ha letto un messaggio di Putin che ringraziava Kim per aver eretto il memoriale «in tempi record». È la prima volta che Pyongyang onora ufficialmente i propri soldati caduti in un conflitto contemporaneo lontano dalla penisola coreana, un’ammissione implicita – benché mai quantificata dalle fonti ufficiali – dell’entità del coinvolgimento: secondo le stime dell’intelligence sudcoreana, almeno 15.000 militari nordcoreani sono stati dispiegati e circa 2.000 avrebbero perso la vita, sebbene altre valutazioni parlino di oltre 6.000 vittime.

La congiuntura ha radici profonde. Agli occhi di Pyongyang, la guerra in Ucraina è lo scenario in cui consolidare un’inedita partnership strategica: missili, munizioni e uomini in cambio di tecnologia militare, derrate alimentari e copertura diplomatica. Mosca, da parte sua, ha offerto un nuovo piano quinquennale di cooperazione militare, segno che l’asse è destinato a istituzionalizzarsi. Negli ambienti vicini a Pechino si osserva con un misto di cautela e tacito compiacimento l’erosione dell’ordine a guida americana; per Seul e Tokyo, invece, la saldatura tra l’arsenale nucleare di Kim e l’esperienza bellica russa rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza regionale, acuita dal sospetto che Mosca stia trasferendo a Pyongyang tecnologia missilistica e satellitare.

Per l’Europa e per l’Italia – schierata sul fianco orientale della NATO con proprie forze in Lettonia e nei contingenti multinazionali – il memoriale di Pyongyang è molto più di un esercizio di propaganda. Segnala che il conflitto ucraino ha definitivamente aggregato potenze revisioniste i cui interessi si rafforzano a vicenda, accrescendo la pressione sull’architettura di sicurezza euro-atlantica. Mentre Zelensky, nel quarantesimo anniversario di Chernobyl, denunciava il «terrorismo nucleare» russo e il pericolo di un nuovo disastro, l’abbraccio tra Belousov e Kim chiariva che il Cremlino intende giocare anche la carta asiatica per logorare l’Occidente.

Il vero lascito del mausoleo, tuttavia, è politico: trasforma un’operazione militare opaca in un mito fondativo dell’alleanza, rendendo irreversibile il percorso di avvicinamento. Se il piano quinquennale andrà in porto, l’embargo internazionale sulla Corea del Nord sarà ulteriormente svuotato e l’Europa dovrà fare i conti con un secondo focolaio di instabilità tecnologicamente potenziato. Davanti a tessere che si ricompongono con tanta rapidità, la diplomazia del Vecchio Continente è chiamata a ripensare la propria capacità di risposta, ben oltre la pur indispensabile assistenza a Kiev.

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