
L'accusa di New York contro Rocha Moya: il Messico diviso tra sovranità e narcopolitica
L’indagine del distretto sud di New York svela i legami del governatore di Sinaloa con il cartello. Il PAN chiede la destituzione, Sheinbaum difende la sovranità.
L’accusa formale del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti contro il governatore con licenza di Sinaloa, Rubén Rocha Moya, e altri nove funzionari ed ex funzionari messicani per collusione con il Cartello di Sinaloa rappresenta il più grave terremoto politico-giudiziario nella relazione bilaterale dai tempi dell’operazione contro il Mayo Zambada. La richiesta di estradizione, basata su prove raccolte dal distretto sud di New York, non è più un caso isolato: per l’opposizione messicana, è la radiografia di uno Stato “infiltrato e catturato dal crimine organizzato”, come ha dichiarato il presidente del Partito Azione Nazionale, Jorge Romero, annunciando una triplice offensiva giudiziaria che include la messa in stato d’accusa di Rocha Moya, la richiesta di dissoluzione dei poteri a Sinaloa e una denuncia presso la Corte Penale Internazionale.
Dalla prospettiva di Città del Messico, la presidente Claudia Sheinbaum ha risposto con un misto di cautela e fermezza. Rassicurando che Rocha Moya si trova ancora a Sinaloa e non è fuggito, ha respinto le richieste di consegna immediata qualificandole come ingerenze: “Non crediamo che gli Stati Uniti entreranno in Messico per prelevarlo”, ha dichiarato, mentre chiedeva formalmente a Washington di produrre le prove a sostegno delle accuse. Una posizione che, secondo gli analisti di Bruxelles, rischia di trasformare un obbligo giuridico internazionale in una disputa ideologica sulla sovranità, soprattutto dopo le dichiarazioni del senatore di Morena Gerardo Fernández Noroña, che ha sfidato apertamente gli Stati Uniti: “Facciano pure le liste che vogliono, non ci piegheremo”.
Nel frattempo, il clima di tensione si è riversato nelle strade di Culiacán. La casa disabitata di Rocha Moya è stata attaccata a colpi d’arma da fuoco da individui con cappelli da cowboy – segno, secondo le fonti locali, di una firma del gruppo dei Mayos – mentre la città continua a vivere una spirale di violenza che l’opposizione attribuisce alla consegna del potere pubblico a strutture legate al narcotraffico. L’ufficio della procuratrice generale messicana ha aperto un’indagine, ma la mancanza di trasparenza dell’amministrazione Rocha, che in cinque anni non ha pubblicato alcuna auditoria interna, alimenta i sospetti di una copertura sistematica.
L’ottica di Pechino segue con attenzione questi sviluppi, consapevole che un’escalation tra i due vicini nordamericani potrebbe ridefinire gli equilibri commerciali del continente. Ma è a Washington che il caso assume una dimensione strategica: il Dipartimento di Stato ha avviato una revisione dei 53 consolati messicani negli Stati Uniti, preludio a possibili restrizioni operative. Con le elezioni per il governatorato di Sinaloa previste tra tredici mesi, la traiettoria del caso Rocha Moya non è solo una questione giudiziaria: è il test decisivo per la capacità del Messico di dimostrare che lo Stato di diritto non è un optional da attivare a intermittenza. Se la risposta di Sheinbaum continuerà a oscillare tra la richiesta di garanzie e la difesa della sovranità, il rischio concreto è che il vaso di Pandora aperto da New York riveli una complicità ben più estesa, minando ogni residua credibilità internazionale del paese.
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