
Amal Khalil uccisa a Tiri: la giornalista diventa simbolo di una tregua già fragile
La notizia del bombardamento mirato che ha ucciso la reporter libanese Amal Khalil, mentre documentava i danni dei raid israeliani nel villaggio di Tiri, ha squarciato il velo di una tregua già precaria. Secondo le autorità di Beirut, si tratta di un «crimine di guerra» deliberato: Khalil, 42 anni, inviata del quotidiano Al-Akhbar, era stata colpita mentre si rifugiava in un edificio dopo il primo attacco a un’auto vicina. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato una «uccisione mirata», mentre l’esercito israeliano si è limitato a dichiarare che sta «esaminando i fatti».
L’episodio è avvenuto a poche ore dal secondo round di colloqui diretti tra Israele e Libano a Washington, dove delegazioni delle due parti si sono sedute con Donald Trump presente nella sala della Casa Bianca. Dall’ottica di Tel Aviv, l’operazione era necessaria contro «obiettivi militari» legati a Hezbollah: la stessa Al-Akhbar è considerata filo-iraniana, e Khalil viene descritta come vicina alla milizia sciita. Ma per gli analisti di Bruxelles, il caso solleva interrogativi inquietanti sulla protezione dei giornalisti in zone di conflitto, mentre la comunità internazionale segue con apprensione l’evolversi di una guerra che si intreccia con le pressioni di Trump per un disimpegno americano in Medio Oriente.
Nel frattempo, la Casa Bianca ha annunciato una proroga di tre settimane del cessate il fuoco siglato il 17 aprile, ma le truppe israeliane restano nel Sud del Libano, dove hanno istituito una «linea gialla» simile a quella che taglia Gaza. Hezbollah non partecipa ai negoziati, e il premier libanese Nawaf Salam si trova nella posizione ambigua di dover mediare tra la richiesta di giustizia per Khalil e la necessità di mantenere aperto un canale diplomatico che tiene in ostaggio la stabilità del Paese. Il rischio, secondo gli osservatori di Beirut, è che l’uccisione della giornalista diventi il simbolo di una tregua troppo fragile per reggere.
Per l’Italia, che con la missione Unifil ha truppe dispiegate proprio nel Sud libanese, la posta in gioco è doppia: garantire la sicurezza dei propri militari e non assistere a un nuovo focolaio che potrebbe rilanciare le rotte migratorie verso l’Europa. La morte di Amal Khalil non è solo una tragedia personale, ma un segnale che, finché il dialogo resta esclusivamente militare e privo di una reale volontà di pace, il silenzio dei cimiteri sarà più forte di qualsiasi accordo firmato a Washington.
Allarga lo sguardo
Trump sospende l’attacco all’Iran, ma Teheran smentisce di aver chiesto la tregua
2 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsIndonesia, stime di crescita del secondo trimestre divise: il governo punta sopra il 5%, gli analisti privati frenano
3 lingue · 11 testate
Da TechnologyGli Emirati Arabi Uniti adottano Aani e Jaywan per i pagamenti federali
1 lingua · 8 testate