
Tentato omicidio di Trump: nuove accuse per l'aggressore del gala dei corrispondenti
L’uomo che ha aperto il fuoco al gala della Casa Bianca è stato incriminato per tentato assassinio del presidente e aggressione armata a un agente federale.
Un nuovo capitolo giudiziario si è aperto martedì a Washington per Cole Tomas Allen, il trentunenne californiano accusato di aver tentato di assassinare il presidente Donald Trump durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, lo scorso 25 aprile. La procura federale del Distretto di Columbia ha formalizzato un’incriminazione con quattro capi d’accusa, tra cui l’inedita imputazione di aggressione a un agente federale con arma letale. Secondo l’atto d’accusa, Allen avrebbe sparato con un fucile a pompa contro un agente del Secret Service, la cui corazza ha fermato una pallottola di piombo. L’episodio, avvenuto al Washington Hilton, ha riacceso il dibattito sulla sicurezza delle figure istituzionali in un clima politico già incandescente.
Per gli inquirenti – che hanno lavorato a stretto contatto con la procuratrice Jeanine Pirro – non vi sono dubbi sulla dinamica: l’uomo avrebbe preso di mira sia il presidente sia gli uomini della sua scorta. Le altre tre accuse riguardano il tentato omicidio del capo dello Stato, il trasporto interstatale di armi e munizioni con finalità criminose e lo sparo durante un atto violento. Allen, che si trova in custodia federale, non ha ancora presentato una richiesta di patteggiamento. Il nuovo capo d’accusa, ha spiegato Pirro, è il risultato diretto delle prove balistiche emerse nelle scorse settimane.
A Bruxelles e nelle cancellerie europee si guarda con attenzione a questo caso, che riecheggia le crescenti minacce alla sicurezza dei leader politici in un’epoca di polarizzazione estrema. L’Italia, che con il G7 e la presenza di figure di primo piano vive una costante tensione nella protezione delle alte cariche, segue l’evoluzione del processo: la vicenda potrebbe influenzare i protocolli di sicurezza adottati nei summit internazionali e nelle cerimonie pubbliche. Pechino, dal canto suo, ha colto l’occasione per sottolineare i rischi della violenza politica nelle democrazie occidentali, pur senza commentare il merito del caso.
L’inchiesta, ora affidata a un tribunale federale, si annuncia lunga e carica di implicazioni. Da un lato, la difesa potrebbe puntare sullo stato mentale di Allen, già segnalato per comportamenti erratici; dall’altro, l’accusa intende dimostrare la premeditazione e il deliberato intento omicida. Il processo, che si terrà nella capitale americana, sarà un banco di prova per la legislazione sulle armi e per la capacità delle istituzioni di prevenire attacchi contro il presidente. In un’America spaccata, il caso Allen – con le sue quattro accuse – non è solo una cronaca giudiziaria, ma un sintomo di un nervo scoperto che attraversa l’intera democrazia occidentale.
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