
Banksy e la statua del patriota cieco: monito sul nazionalismo nel salotto di Londra
Nelle prime ore di mercoledì, tra i monumenti di marmo e bronzo che celebrano l’antica gloria imperiale, è apparsa una nuova, silenziosa figura: un uomo in doppiopetto che marcia dritto verso il bordo del piedistallo, il volto interamente cancellato da una bandiera che lui stesso regge. Banksy ha confermato la paternità dell’opera con un video pubblicato su Instagram, mostrando l’installazione notturna a Waterloo Place, a pochi passi da Buckingham Palace. La statua, firmata alla base con il suo inconfondibile tratto, ha attirato in poche ore folle di curiosi e turisti, trasformando uno spicchio cerimoniale di Londra in un teatro di domande sull’identità nazionale e i suoi simboli.
Lo scenario è già di per sé un commento: l’opera sorge accanto ai monumenti a re Edoardo VII, a Florence Nightingale e al memoriale della guerra di Crimea, in uno spazio che, secondo gli urbanisti, fu pensato nell’Ottocento per glorificare la potenza militare e coloniale britannica. L’intrusione dell’uomo bendato rovescia questa retorica: non più eroi saldi sul piedistallo, ma un anonimo contemporaneo che avanza alla cieca, ignaro del precipizio che ha già sotto un piede. Da Bruxelles, dove si osserva con crescente apprensione l’avanzata dei sovranismi, il lavoro viene letto come una metafora perfetta della deriva nazionalista che attraversa il continente, dalla Brexit alle recrudescenze identitarie nell’Europa orientale. Nell’ottica di Mosca, l’installazione è stata invece un curioso caso di studio sulla libertà espressiva occidentale: i media russi hanno sottolineato la rapidità quasi teatrale con cui una squadra ha issato la scultura in plastica e resina, e la successiva benevolenza del consiglio di Westminster, che l’ha definita «un’aggiunta sorprendente alla scena artistica pubblica», impegnandosi a proteggerla.
A sud e a est del Mediterraneo, le reazioni hanno preso altre sfumature. Dagli osservatori del mondo arabo, dove il dibattito sul patriottismo cieco si intreccia con i traumi delle primavere mancate e dei conflitti settari, la statua è apparsa come un simbolo universale del fanatismo da bandiera, capace di parlare tanto ai londinesi quanto alle piazze del Cairo o di Beirut. Da Hong Kong, l’opera è stata interpretata attraverso la lente di una città che ha conosciuto sia il giogo coloniale sia le recenti tensioni sull’identità: in quell’angolo d’Asia, il monumento di Banksy diventa monito contro qualsiasi nazionalismo che si imponga come benda sugli occhi, cancellando l’individuo. In America Latina, la provocazione è risuonata con il mai sopito dibattito sui monumenti contesi, dai conquistadores ai dittatori, e con la necessità di ridefinire cosa significhi oggi onorare la patria senza precipitare nella retorica vuota.
Per l’Italia, la figura dell’uomo bendato evoca immediatamente le nostre cicliche battaglie di memoria: dalle statue contestate alle polemiche sul 25 aprile, il Paese sa quanto i simboli possano dividere. L’opera di Banksy, pur radicata in un contesto britannico, interroga anche la coscienza europea nel suo insieme, mentre le istituzioni comunitarie faticano a tenere insieme coesione sociale e rispetto delle sovranità. Non è un caso che la scultura sia emersa senza permesso, occupando uno spazio pubblico con la stessa logica effimera e sovversiva dei suoi celebri murales: un gesto che costringe a guardare, prima che le autorità decidano se museificarla o rimuoverla.
Westminster ha già preso provvedimenti per evitare atti vandalici, ma il futuro dell’opera è incerto come quello di ogni Banksy. Qualcuno ne propone la collocazione permanente come attrazione turistica e monito civico; altri, non senza ironia, suggeriscono che la sua forza stia proprio nella precarietà. Intanto la statua continua a fare il suo lavoro silenzioso: ricordare che quando una bandiera copre gli occhi, il primo passo verso il vuoto è già stato compiuto. E nel teatro della politica globale, dove i nazionalismi tornano a dettare l’agenda, quell’uomo sospeso sul precipizio somiglia sempre meno a una caricatura e sempre più a un ammonimento profetico.
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