
Beatrice Venezi silurata dalla Fenice: lo scontro sull’egemonia culturale italiana
Il Teatro La Fenice ha revocato ogni futura collaborazione con Beatrice Venezi, sollevando dall’incarico di direttrice musicale la trentaseienne bacchetta che avrebbe dovuto assumere la guida dell’orchestra nei prossimi mesi. Il sovrintendente Nicola Colabianchi ha motivato la rottura con le «reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del Maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale» dell’istituzione e dei suoi musicisti. L’episodio scatenante è stata un’intervista al quotidiano argentino «La Nación» in cui Venezi insinuava che i posti in orchestra «passano praticamente di padre in figlio» e rivendicava di non avere padrini. Tali parole hanno toccato un nervo scoperto in un conflitto che covava fin dalla sua nomina, nel settembre 2025, e che ha spaccato il mondo culturale veneziano e non solo.
La designazione di Venezi fu accolta come un fulmine a ciel sereno. Negli ambienti della stampa elvetica di lingua francese la vicenda venne immediatamente letta come un «paracadutismo politico» voluto dal governo Meloni, scatenando un «braccio di ferro artistico e sindacale» che per mesi ha paralizzato il teatro. L’orchestra, sostenuta dalle rappresentanze sindacali, moltiplicò scioperi, volantinaggi e persino un concerto gratuito di protesta in Campo Sant’Angelo nell’ottobre 2025, mentre durante il Concerto di Capodanno strumentisti e coristi esposero bracciali in segno di dissenso silenzioso. Anche la stampa germanofona ha sottolineato come l’intera compagine considerasse la nomina un’imposizione esterna che svuotava il principio meritocratico, accusando la direttrice di mancare dell’esperienza richiesta per un palcoscenico del calibro della Fenice.
La tensione è deflagrata proprio attorno alle dichiarazioni in Argentina. Per Venezi, quelle parole denunciavano un sistema di cooptazione familiare; per l’orchestra e per Colabianchi, rappresentavano un attacco diretto alla credibilità professionale dell’intera fondazione. Il sovrintendente ha rivelato di aver visto la direttrice «una sola volta in sette mesi», segno di un rapporto mai realmente instaurato. Dal canto suo, Venezi ha reagito affermando di essere stata «bullizzata per mesi» da una «Casta» che non le avrebbe perdonato di essersi fatta da sola, giovane, donna e non allineata a sinistra, e ha lamentato di aver appreso la notizia dall’ANSA prima di ricevere la comunicazione formale.
La frattura ha immediatamente assunto contorni politici. Da Roma, il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha difeso la direttrice, sostenendo che «fino ad oggi ha pagato non essere figlia di musicisti e non essere di sinistra» e invocando un paese in cui il talento possa affermarsi anche al di fuori di appartenenze ideologiche. Pressoché in contemporanea, Palazzo Chigi e il ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno tenuto a precisare che la premier Meloni non è stata coinvolta in alcun modo nella decisione, rivendicando la piena autonomia del sovrintendente. Sul fronte opposto, analisti vicini all’area progressista leggono la rimozione come l’ennesimo fallimento del disegno di egemonia culturale perseguito dall’esecutivo, un «videogioco del gradimento» in cui la cultura viene piegata a logiche di schieramento, con esiti sempre più imbarazzanti sul piano nazionale e internazionale.
Non meno amaro è il conto umano della vicenda. La rappresentanza sindacale unitaria della Fenice ha denunciato ondate di insulti e minacce di morte riversate sui lavoratori attraverso i social, costringendoli a rivolgersi agli uffici legali. Le maestranze insistono nel ribadire che la loro lunga protesta non è mai stata un’offesa personale a Venezi, ma una richiesta di ripristino di prassi consolidate che tutelino il clima di fiducia indispensabile a produrre la più alta resa artistica.
Ora lo sguardo è rivolto al futuro immediato. Mentre il nome del tedesco Markus Stenz circola come possibile sostituto, la posizione dello stesso Colabianchi traballa: fischiato a ogni recita dal pubblico che ne chiede le dimissioni, il sovrintendente resta in sella per volontà del ministro, in un paradosso che può logorare la credibilità internazionale dello storico teatro. L’intera partita, seguita con attenzione dalle capitali culturali europee, ripropone l’interrogativo su quanto siano permeabili le istituzioni artistiche italiane ai venti della politica. Alla Fenice, come al di là delle Alpi, si dovrà ora dimostrare che la qualità e l’autonomia dei teatri possono risorgere, appunto come arabe fenici, da una stagione così infuocata.
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