
Berlino vara la svolta del debito: 197 miliardi di nuove passività e una cura amara per i contribuenti
Con un gesto che ridisegna i contorni della politica economica tedesca, il governo Merz ha approvato mercoledì le linee portanti del bilancio federale per il 2027 e la pianificazione finanziaria fino al 2030. La cifra che domina i titoli è quella di una nuova passività netta che, sommando i fondi speciali fuori bilancio, raggiungerà i 196,5 miliardi di euro nel solo 2027 – un volume di indebitamento che non trova paragoni nella storia recente della Repubblica federale, se non durante la pandemia. È la scommessa più audace della Große Koalition: finanziare con un’ondata di credito la difesa, l’ammodernamento infrastrutturale e la tenuta di uno Stato sociale sotto assedio, senza rompere palesemente con l’ortodossia del pareggio di bilancio. Alla prova dei fatti, la svolta è meno una scelta strategica che l’approdo obbligato di una coalizione schiacciata tra scelte impopolari e una popolarità in caduta libera – tre quarti dei tedeschi si dichiarano insoddisfatti dell’esecutivo.
Il perno della manovra finanziaria è la riforma sanitaria, il più ampio pacchetto di risparmio per le casse malattia da un ventennio a questa parte. Il disegno di legge, definito “storico” dal cancelliere Merz, punta a scongiurare un aumento dei contributi a carico di lavoratori e datori di lavoro, ormai giunti a una media del 17,5 per cento del reddito lordo. Per colmare un disavanzo previsto di oltre quindici miliardi di euro, il governo taglia i trasferimenti a ospedali, medici, farmaceutiche e farmacie, eleva di trecento euro la soglia di contribuzione per i redditi alti e riduce il sussidio federale alle casse pubbliche, scaricando di fatto parte del costo sui contribuenti. Nel contempo, il gabinetto ha dato il via libera all’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate e a un possibile inasprimento dei prelievi su alcol e tabacco – provvedimenti che, secondo osservatori di Madrid, confermano come la pressione fiscale stia diventando il grimaldello per puntellare i conti pubblici anche a nord delle Alpi.
La prospettiva di Bruxelles guarda con apprensione a questa metamorfosi. Dopo anni in cui Berlino ha fatto della disciplina di bilancio il faro della governance europea, l’apertura a un debito quasi illimitato per la difesa e per la spesa sociale segnala un mutamento culturale, ma rischia di incrinare la credibilità della Germania come guardiana dell’ortodossia fiscale. Gli analisti di Francoforte e dei centri studi economici svizzeri non hanno nascosto lo sgomento: parlano di “mancanza di coraggio”, di “atti di impotenza” e di un piano che posticipa ogni vera riforma strutturale. La nota più aspra arriva dalla comunità degli affari, che denuncia un bilancio dove sono certe solo le passività e dove i quarantadue miliardi di euro destinati ai soli interessi sul debito nel 2027 supereranno ogni investimento in ospedali, scuole o digitalizzazione.
Per l’Italia, l’esito delle scelte di Berlino ha un riflesso immediato e duplice. Da un lato, l’abbandono del rigore da parte del tradizionale “falco” europeo allenta la pressione politico-morale su Roma, proprio mentre il governo italiano cerca margini di manovra per la prossima legge di bilancio. Dall’altro, un imponente fabbisogno di titoli pubblici tedeschi potrebbe, nel medio periodo, drenare liquidità e spingere al rialzo i rendimenti dei Btp, rendendo più costoso il servizio del nostro debito monumentale. L’ottica di Madrid, nel frattempo, vede nella vicenda tedesca il sintomo di uno Stato del benessere che cerca di guadagnare tempo a spese delle generazioni future.
Il cammino della legge di bilancio e della riforma sanitaria è ancora irto di ostacoli parlamentari. Dentro la maggioranza, le tensioni non sono sopite: il ministro delle Finanze Klingbeil ha rivendicato la scelta di compensare vent’anni di “tagli dissennati” all’infrastruttura pubblica, mentre settori dell’Unione guardano con scetticismo alle nuove tasse e alla diluizione delle regole fiscali. La prova decisiva sarà la capacità di questa Germania indebitata di trasformare le risorse in crescita reale e coesione sociale. Se la scommessa non dovesse riuscire, sarà l’intera architettura economica del continente a pagarne le conseguenze, in una spirale di sfiducia e rendimenti crescenti che nessun contribuente, dal Reno all’Etna, potrà permettersi.
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