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mercoledì 29 aprile 2026

L’Europa perde mezzo miliardo al giorno per la guerra in Iran

Cinquecento milioni di euro al giorno. È la cifra, tanto vertiginosa quanto concreta, con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha quantificato, davanti alla plenaria del Parlamento europeo, il costo immediato del conflitto in Medio Oriente per le casse dell’Unione. In soli sessanta giorni di ostilità – che hanno visto contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran – la spesa per l’importazione di combustibili fossili è cresciuta di oltre 27 miliardi di euro. Un’emorragia che, ha avvertito von der Leyen, potrebbe protrarsi per mesi o addirittura anni, con ripercussioni a catena su famiglie e imprese, in un’Europa già provata da una lunga stagione di tensioni sui prezzi.

Dietro quel numero si nasconde una geografia della vulnerabilità che da Bruxelles si osserva con crescente apprensione. Le quotazioni del petrolio e del gas naturale liquefatto sono tornate a salire non solo per effetto delle ostilità dirette, ma per il timore diffuso di interruzioni nei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli approvvigionamenti globali. Analisti mediorientali ed europei concordano nel ritenere che lo scenario peggiore – una prolungata instabilità regionale capace di strozzare le rotte energetiche – esporrebbe i Paesi mediterranei, Italia in testa, a una pressione inflazionistica difficilmente governabile. Non è un caso che, secondo fonti di Buenos Aires, si cominci già a parlare di possibili razionamenti di carburante per aerei nel giro di poche settimane.

A questa emergenza, la Commissione europea ha risposto con un nuovo Quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, pensato per concedere ai governi nazionali la flessibilità necessaria a sostenere i settori più colpiti dall’impennata dei costi energetici. Fino al 31 dicembre 2026, gli Stati membri potranno coprire fino al 70 per cento dei costi supplementari legati a energia, carburanti e fertilizzanti, con una corsia preferenziale per agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica. Il meccanismo prevede procedure d’approvazione accelerate e, in casi specifici, la possibilità di intervenire direttamente sul prezzo del gas destinato alla produzione elettrica. Si tratta, nell’ottica di Bruxelles, di un intervento mirato che intende evitare gli errori della crisi precedente, quando misure eccessivamente ampie finirono per alimentare la domanda e distorcere il mercato.

La filosofia dell’esecutivo comunitario è chiara: ogni euro pubblico dovrà raggiungere esclusivamente le famiglie vulnerabili e i comparti produttivi realmente esposti, senza trasformarsi in un sussidio indiscriminato. In parallelo, von der Leyen ha rilanciato con forza la necessità di accelerare la transizione verso fonti pulite e prodotte internamente: la miglior difesa strutturale contro una dipendenza che, a ogni shock geopolitico, si rivela un costo insostenibile. In quest’ottica, il nuovo quadro di aiuti non è solo un paracadute congiunturale, ma il tentativo di guadagnare tempo affinché gli investimenti in rinnovabili ed elettrificazione riducano progressivamente l’esposizione dell’Unione alle crisi mediorientali.

Guardando avanti, la posta in gioco non è meramente contabile. L’Italia, che importa una quota rilevante del proprio gas da Est e resta esposta alle dinamiche del prezzo globale del greggio, deve interpretare questo passaggio come un banco di prova della propria resilienza. Se il conflitto dovesse incancrenirsi – come molti analisti militari e diplomatici temono – l’architettura europea degli aiuti potrebbe non bastare a contenere le tensioni sociali e industriali. Servirà, nel breve, una calibratura continua del sostegno pubblico, mentre nel medio periodo occorrerà imprimere alla politica energetica comune quel salto di integrazione senza il quale l’Unione rischia di rivivere, a ogni focolaio di crisi, il trauma di un’economia che perde mezzo miliardo di euro ogni singolo giorno.

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L’Europa perde mezzo miliardo al giorno per la guerra in Iran

Cinquecento milioni di euro al giorno. È la cifra, tanto vertiginosa quanto concreta, con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha quantificato, davanti alla plenaria del Parlamento europeo, il costo immediato del conflitto in Medio Oriente per le casse dell’Unione. In soli sessanta giorni di ostilità – che hanno visto contrapposti Stati Uniti e Israele all’Iran – la spesa per l’importazione di combustibili fossili è cresciuta di oltre 27 miliardi di euro. Un’emorragia che, ha avvertito von der Leyen, potrebbe protrarsi per mesi o addirittura anni, con ripercussioni a catena su famiglie e imprese, in un’Europa già provata da una lunga stagione di tensioni sui prezzi.

Dietro quel numero si nasconde una geografia della vulnerabilità che da Bruxelles si osserva con crescente apprensione. Le quotazioni del petrolio e del gas naturale liquefatto sono tornate a salire non solo per effetto delle ostilità dirette, ma per il timore diffuso di interruzioni nei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per gli approvvigionamenti globali. Analisti mediorientali ed europei concordano nel ritenere che lo scenario peggiore – una prolungata instabilità regionale capace di strozzare le rotte energetiche – esporrebbe i Paesi mediterranei, Italia in testa, a una pressione inflazionistica difficilmente governabile. Non è un caso che, secondo fonti di Buenos Aires, si cominci già a parlare di possibili razionamenti di carburante per aerei nel giro di poche settimane.

A questa emergenza, la Commissione europea ha risposto con un nuovo Quadro temporaneo sugli aiuti di Stato, pensato per concedere ai governi nazionali la flessibilità necessaria a sostenere i settori più colpiti dall’impennata dei costi energetici. Fino al 31 dicembre 2026, gli Stati membri potranno coprire fino al 70 per cento dei costi supplementari legati a energia, carburanti e fertilizzanti, con una corsia preferenziale per agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica. Il meccanismo prevede procedure d’approvazione accelerate e, in casi specifici, la possibilità di intervenire direttamente sul prezzo del gas destinato alla produzione elettrica. Si tratta, nell’ottica di Bruxelles, di un intervento mirato che intende evitare gli errori della crisi precedente, quando misure eccessivamente ampie finirono per alimentare la domanda e distorcere il mercato.

La filosofia dell’esecutivo comunitario è chiara: ogni euro pubblico dovrà raggiungere esclusivamente le famiglie vulnerabili e i comparti produttivi realmente esposti, senza trasformarsi in un sussidio indiscriminato. In parallelo, von der Leyen ha rilanciato con forza la necessità di accelerare la transizione verso fonti pulite e prodotte internamente: la miglior difesa strutturale contro una dipendenza che, a ogni shock geopolitico, si rivela un costo insostenibile. In quest’ottica, il nuovo quadro di aiuti non è solo un paracadute congiunturale, ma il tentativo di guadagnare tempo affinché gli investimenti in rinnovabili ed elettrificazione riducano progressivamente l’esposizione dell’Unione alle crisi mediorientali.

Guardando avanti, la posta in gioco non è meramente contabile. L’Italia, che importa una quota rilevante del proprio gas da Est e resta esposta alle dinamiche del prezzo globale del greggio, deve interpretare questo passaggio come un banco di prova della propria resilienza. Se il conflitto dovesse incancrenirsi – come molti analisti militari e diplomatici temono – l’architettura europea degli aiuti potrebbe non bastare a contenere le tensioni sociali e industriali. Servirà, nel breve, una calibratura continua del sostegno pubblico, mentre nel medio periodo occorrerà imprimere alla politica energetica comune quel salto di integrazione senza il quale l’Unione rischia di rivivere, a ogni focolaio di crisi, il trauma di un’economia che perde mezzo miliardo di euro ogni singolo giorno.

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