
Bezos guida la nuova era della Met Gala tra lusso, geopolitica e esclusioni illustri
L’edizione 2026 della Met Gala si preannuncia già come una delle più significative nella storia dell’evento, non solo per le consuete passerelle di haute couture ma per il peso politico e finanziario che la trasforma in un termometro delle gerarchie globali. L’annuncio che Jeff Bezos e Lauren Sánchez Bezos ricopriranno il ruolo di co-presidenti onorari e principali sponsor finanziari segna un passaggio di testimone generazionale: per la prima volta un magnate della tecnologia, con un patrimonio che supera quello di molti Stati, mette il proprio sigillo sulla serata più esclusiva del calendario newyorkese. Già questo fine settimana i due ospiteranno una festa pre-Met nella loro residenza privata, come rivelano gli inviti a tema disco, un gesto che consolida la loro ascesa nella costellazione del potere culturale americano.
Sul versante opposto dell’Atlantico, invece, il silenzio attorno a Meghan Markle racconta una storia diversa. Secondo gli osservatori europei, la duchessa di Sussex non è stata invitata all’evento principale, e il rapporto con Anna Wintour, curatrice della serata, si sarebbe incrinato già dal 2019. Per Meghan, che ambiva a ritagliarsi un ruolo nella Hollywood filantropica, la porta della Met Gala — e con essa l’accesso al circuito delle élite — sembra chiudersi progressivamente, in un contrappunto ironico rispetto all’opulenza esibita dai nuovi protagonisti.
Dall’Asia, intanto, arriva un segnale di soft power culturale: all’ultima festa pre-Met organizzata da Vogue, Isha Ambani ha sfoggiato un abito su misura realizzato da Manish Malhotra in collaborazione con Swadesh, marchio di lusso indiano di proprietà di Reliance, composto da ventisei bordi ricamati che riproducono le diverse regioni del subcontinente. Una mossa che, nell’ottica di Pechino e di Nuova Delhi, non è solo moda ma diplomazia tessile, un modo per rivendicare un posto al tavolo del lusso globale senza rinunciare alla propria identità artigianale. Per l’Italia, che dalla moda trae una parte rilevante del proprio soft power, queste dinamiche rappresentano una sfida implicita.
Mentre il sistema francese resta il riferimento istituzionale (con LVMH e Kering ai vertici della serata), l’irruzione di soggetti ibridi — tech, royalty indiane, influenze geopolitiche — rende la Met Gala sempre meno una vetrina e sempre più un consesso di potere trasversale. Il tema scelto per il 2026, “Costume Art”, potrebbe suonare neutro, ma in realtà riflette la volontà di contenere dentro i muri del Metropolitan Museum le tensioni di un mondo in cui la moda è divenuta linguaggio diplomatico, strumento di influenza e, non da ultimo, veicolo di esclusione.
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