
Biden cita in giudizio il Dipartimento di Giustizia per blindare le registrazioni del memoir
L’ex presidente chiede a un giudice federale di impedire la diffusione degli audio delle interviste con il ghostwriter. L’amministrazione Trump inverte la rotta, mentre la Heritage Foundation e il Congresso premono per la trasparenza.
Joe Biden ha intrapreso un’inedita azione legale contro il Dipartimento di Giustizia, oggi guidato da fedelissimi di Donald Trump, per fermare la prossima pubblicazione di circa settanta ore di registrazioni e trascrizioni delle conversazioni con il ghostwriter Mark Zwonitzer, incise nel 2016-2017 per il memoir "Promise Me, Dad". La causa – depositata martedì 26 maggio presso la corte federale di Washington – segue la decisione del dipartimento di ribaltare la valutazione dell’amministrazione precedente, che aveva negato l’accesso ai file invocando le esenzioni del Freedom of Information Act, e di consegnarli alla commissione Giustizia della Camera e alla Heritage Foundation.
Il materiale era stato acquisito dal procuratore speciale Robert Hur durante l’inchiesta sulla gestione dei documenti classificati da parte di Biden. Il rapporto Hur, reso noto nel 2024, non aveva portato a incriminazioni, ma descriveva l’allora presidente come un uomo con vuoti di memoria, gettando ombre sulla sua idoneità. Da Mosca, l’agenzia Vedomosti sottolinea che proprio quella caratterizzazione è diventata un’arma politica: la Heritage Foundation considera le registrazioni la prova di un declino cognitivo, e la loro diffusione – prevista per il 15 giugno – alimenterebbe la narrativa di un leader indebolito. Negli Stati Uniti, i legali di Biden invocano il diritto alla privacy, ricordando che spetta a «ogni americano, incluso un ex vicepresidente».
La replica di Donald Trump non si è fatta attendere: su Truth Social ha bollato Biden come «un politico corrotto», rilanciando un epiteto che rovescia lo storico rivale. Mentre questa battaglia legale si infiamma, da Los Angeles il podcaster Joe Rogan – che pure aveva endorsato Trump nel 2024 – ha definito «una follia» il parallelo accordo con cui il Dipartimento di Giustizia esenta il presidente e i suoi familiari dagli audit fiscali dell’IRS, offrendo un raro sprazzo di critica trasversale. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’intera vicenda è un sintomo dell’iper-politicizzazione della giustizia americana, capace di indebolire la prevedibilità del sistema democratico e di allarmare gli alleati europei, già costretti a navigare tra le oscillazioni strategiche di Washington.
In prospettiva, la battaglia di Biden potrebbe ridefinire i confini tra trasparenza e riservatezza per gli ex capi di Stato, in un’epoca in cui le richieste di accesso agli atti diventano strumenti di pressione partigiana. Per l’Italia e l’Europa, abituate a guardare all’architettura istituzionale americana come a un modello di checks and balances, questo ennesimo cortocircuito conferma che la polarizzazione interna rischia di erodere la credibilità esterna della democrazia statunitense, proprio mentre ci si avvicina a un nuovo ciclo elettorale in cui il passato dei leader conta quanto le promesse future.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.40 | critical |
L'ex presidente Biden ha citato in giudizio il Dipartimento di Giustizia per bloccare la diffusione delle registrazioni audio delle sue interviste con un ghostwriter, ottenute durante un'inchiesta speciale. La causa, nata da una richiesta FOIA della Heritage Foundation, ha provocato una dura reazione del presidente Trump, che ha definito Biden un 'politico corrotto'.
Con una mossa legale straordinaria, l'ex presidente Biden ha citato in giudizio il Dipartimento di Giustizia statunitense per impedire la diffusione delle registrazioni audio delle sue interviste per le memorie, mettendolo in conflitto con l'amministrazione del suo successore nel mezzo di una lunga battaglia legale.
L'ex presidente americano Biden ha intentato una causa contro il Dipartimento di Giustizia per bloccare la pubblicazione delle registrazioni delle sue interviste, innescando uno scontro legale con l'amministrazione Trump. Il caso, depositato a fine maggio, mette in luce le continue lotte politiche intestine a Washington.
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