
Iran e Oman vicini all’accordo sullo Stretto di Hormuz, Trump prevede la fine della guerra
Mentre Teheran e Mascate finalizzano l’intesa per la gestione del canale, il presidente americano ammette tensioni sulle scorte di munizioni.
L’Iran e l’Oman hanno concluso la definizione delle coordinate geografiche del corridoio di navigazione nello Stretto di Hormuz, e la dichiarazione congiunta è in fase di redazione finale, in attesa del via libera del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano. Lo ha annunciato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, citato dall’agenzia Isna, precisando che l’accordo resterà in vigore per un periodo iniziale di sessanta giorni, con possibilità di estensione. Secondo fonti vicine ai negoziati, le navi in entrata utilizzerebbero il canale più vicino all’Iran, quelle in uscita il canale più vicino all’Oman, mentre la rotta centrale sarà oggetto di discussioni tecniche successive, subordinate alle operazioni di sminamento. Tuttavia, Teheran ha ribadito che la riapertura completa del canale dipende da un cambiamento nel comportamento degli Stati Uniti e dalla rimozione delle minacce alla sicurezza regionale.
Il presidente americano Donald Trump, interrogato sulla possibilità di un accordo, si è mostrato cauto ma ottimista: «Non voglio dire che sia già fatto, ma lo stretto è in qualche modo aperto – ha dichiarato alla Casa Bianca –. Siamo coinvolti nei negoziati, le cose vanno bene e potrebbe concludersi presto». Trump ha anche previsto che la guerra con l’Iran «finirà molto presto», aggiungendo di non ritenere che Teheran possa resistere ancora a lungo. Le sue dichiarazioni arrivano in un momento in cui i resoconti sulla riduzione delle scorte di munizioni americane hanno acceso un dibattito interno.
Secondo fonti citate dalla Reuters e dalla CNN, l’esercito statunitense ha consumato quasi l’intero stock globale di missili a lungo raggio di precisione (ATACMS e PrSM) e una quota significativa degli intercettori Patriot e THAAD – stimata tra il 50 e l’80 per cento a seconda dei sistemi. Trump, pur negando una crisi, ha riconosciuto che «alcuni tipi di munizioni sono un po’ più limitati». L’amministrazione ha chiesto al Congresso 87 miliardi di dollari di fondi d’emergenza, di cui 67 destinati al Pentagono, per rifornire gli arsenali. La Casa Bianca e il Pentagono hanno smentito le voci di un confronto tra Trump e il segretario alla Difesa Pete Hegseth in merito alla carenza, e Trump ha minacciato pene detentive per i responsabili delle fughe di notizie.
L’intesa tra Iran e Oman, se confermata, rappresenterebbe un nuovo modello di gestione del passaggio, con il traffico che transiterebbe in larga parte attraverso le acque territoriali iraniane. Secondo una fonte citata da Al Arabiya, le tariffe per i servizi di assicurazione, rifornimento e protezione ambientale sostituirebbero il pagamento di una percentuale fissa del carico. La proposta iraniana prevede anche il divieto di merci legate a Israele. La situazione rimane in evoluzione: il via libera definitivo spetta alla guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, la cui approvazione non è ancora stata comunicata ufficialmente.
| Stampa iraniana e affini | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa sud-est asiatica | −0.10 | neutral |
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| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
Teheran ribalta la narrazione di Washington: non è l'Iran a essere sotto pressione, ma l'America, con un presidente che si dibatte tra fallimenti militari e fughe di notizie.
Costruisce la propria plausibilità trasformando le difficoltà logistiche americane in una prova di debolezza strategica e in una vittoria politica, usando toni di sufficienza e trionfalismo.
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Il Sud-est asiatico osserva senza schierarsi: la priorità è la stabilità dei flussi energetici, non la retorica di guerra.
Fa presa sul lettore evitando toni di parte e concentrandosi su implicazioni pratiche, come il prezzo del petrolio e le rotte commerciali, per smorzare l'enfasi bellica.
Tralascia le accuse di debolezza americana e le rivendicazioni iraniane, riducendo il conflitto a una questione logistica.
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Adotta un tono distaccato e analitico, inquadrando i fatti in una cornice di lungo periodo sulla redistribuzione del potere globale.
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