
Big Tech investe 700 miliardi nell'IA tra boom del cloud e tagli ai posti di lavoro
I colossi della tecnologia americana hanno infranto ogni record di spesa per l'intelligenza artificiale, portando il totale combinato degli investimenti a superare i settecento miliardi di dollari per l'anno in corso. La crescita esplosiva del business cloud di Alphabet, con ricavi ben oltre le attese, ha costretto gli investitori a ricalibrare le proprie aspettative: le azioni del gigante di Mountain View sono balzate del sei per cento, mentre Meta ha subìto un tonfo del nove, segnalando una crescente divergenza tra chi trasforma l'IA in profitti tangibili e chi invece sconta il costo di una corsa agli armamenti infrastrutturali che appare senza freni. Amazon, Microsoft e gli altri continuano ad alzare l'asticella dei capital expenditure, con previsioni che per il solo 2026 supereranno i settecento miliardi, contro i seicento stimati in precedenza.
Eppure, mentre i bilanci si gonfiano, le aziende continuano a ridurre il personale. Mark Zuckerberg, durante un town hall interno, ha giustificato i tagli annunciati – il dieci per cento della forza lavoro – spiegando che le risorse destinate all'infrastruttura computazionale sottraggono capitali alle voci legate al personale. Il capo delle risorse umane di Meta non ha escluso ulteriori esuberi, mentre un ex manager dell'azienda ha stimato che solo il due per cento degli ingegneri utilizzi l'IA in modo estremamente produttivo. Il presidente di OpenAI, Greg Brockman, ha aggiunto un dato sconvolgente: gli strumenti di codifica basati sull'intelligenza artificiale sono passati dal generare il venti all'ottanta per cento del codice in pochi mesi, ridisegnando il ruolo stesso del programmatore.
A Bruxelles e Francoforte, gli analisti osservano con preoccupazione la possibilità di una bolla simile a quella delle ferrovie ottocentesche o della dot-com, ma i dirigenti delle big tech non mostrano esitazioni. Meta ha appena lanciato un'emissione obbligazionaria fino a venticinque miliardi di dollari per finanziare la propria espansione, mentre Microsoft e Alphabet hanno alzato le stime di spesa annua a centonovanta miliardi ciascuno. Nell'ottica di Pechino, il divario si allarga drammaticamente: le imprese cinesi investono circa centocinque miliardi di dollari, una frazione di quanto stanziato dai rivali americani, e la pressione competitiva rischia di diventare insostenibile.
Per l'Italia e l'Europa, la sfida è duplice. Da un lato, occorre evitare una dipendenza tecnologica che replicherebbe lo squilibrio già vissuto con i sistemi operativi e i social media; dall'altro, bisogna cogliere le opportunità offerte da un settore che sta ridefinendo il lavoro, la produttività e l'architettura stessa dell'economia digitale. I segnali di una maturazione, secondo alcuni osservatori, iniziano a intravedersi: i ricavi stanno finalmente recuperando il ritardo rispetto all'hype, come dimostra l'adozione massiccia di agenti software in grado di scrivere codice autonomamente. Resta da capire se questa ondata di investimenti genererà un eccesso di capacità destinato a sgonfiarsi, o se, al contrario, stiamo assistendo alla costruzione di un'infrastruttura che cambierà il volto della produzione e dei servizi per i prossimi decenni.
Allarga lo sguardo
Washington revoca il visto all’ambasciatrice brasiliana: scontro diplomatico a due mesi dal voto
3 lingue · 43 testate
Da Economy & MarketsDazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese
5 lingue · 16 testate
Da TechnologyL’amministrazione Trump esenta i modelli open-weight cinesi dai nuovi test di sicurezza sull’IA
3 lingue · 11 testate