
BP, il presidente silurato dopo otto mesi: governance a pezzi e ombre sul petroliere
Rimosso con effetto immediato Albert Manifold per «gravi carenze di controllo e condotta». Lui denuncia una «falsa narrativa». Sale l’interim Tyler mentre il colosso cerca di voltare pagina dopo anni di turbolenze.
La defenestrazione improvvisa del presidente di BP, Albert Manifold, dopo appena otto mesi dall’insediamento, segna un nuovo capitolo nella crisi di governance che scuote il gigante petrolifero britannico. Il consiglio di amministrazione ha votato all’unanimità per la rimozione «con effetto immediato», citando «seri timori» su standard di supervisione, controllo e condotta personale. Fonti londinesi parlano di accuse di bullismo, sebbene la società non abbia confermato i dettagli. La mossa consolida l’autorità dell’amministratrice delegata Meg O’Neill, prima donna a guidare una major petrolifera mondiale, chiamata a gestire un’azienda ancora scossa da tre amministratori delegati in altrettanti anni e dall’uscita, nel 2025, del precedente presidente sotto la pressione dell’investitore attivista Elliott.
La vicenda si inserisce in un più vasto riassetto strategico. BP sta cercando di voltare pagina dopo annate di performance deludenti, ridimensionando le ambizioni verdi e tornando a concentrarsi sul core business degli idrocarburi. Secondo gli analisti della City, il vuoto al vertice allunga però il periodo di instabilità, proprio quando il gruppo deve ricostruire il bilancio e riconquistare la fiducia dei mercati. Non a caso, alla notizia della destituzione, le azioni hanno ceduto fino al 6%. Da Bruxelles si guarda con apprensione all’effetto domino su un settore già alle prese con transizione energetica e sicurezza degli approvvigionamenti: BP è uno dei principali fornitori di gas naturale liquefatto per l’Europa, e l’Italia — dove opera con una rete di oltre mille stazioni di servizio e impianti solari — è esposta a ogni scossone societario.
Non si tratta di una rottura indolore. Manifold, ex direttore non esecutivo diventato chairman a ottobre, era già stato contestato da quasi un quinto degli azionisti un mese fa, quando il consigliere Glass Lewis aveva sollevato dubbi sulla governance. Ora l’ormai ex presidente respinge ogni addebito: «Sono stato rimosso senza preavviso e senza spiegazioni», ha dichiarato, denunciando una «falsa narrativa» orchestrata ai suoi danni. «Durante il mio mandato ho lavorato per tagliare i costi, sfidare gli eccessi e tenere l’organizzazione a standard più elevati». Parole che delineano un conflitto ben più profondo tra la linea di rigore del presidente e le resistenze interne, in un gruppo dove la governance sembra aver smarrito il baricentro.
L’ottica di Pechino e dei fondi sovrani mediorientali, azionisti significativi di BP, resta per ora prudente, ma il ripetersi di crisi di vertice potrebbe spingere a ripensare le alleanze a lungo termine. Il comitato per le nomine ha avviato la ricerca di un successore permanente, affidando l’interim a Ian Tyler. La priorità, per O’Neill e il nuovo chairman, sarà ricucire il rapporto con gli investitori e dimostrare che le turbolenze non intaccano la capacità di eseguire il piano industriale. In caso contrario, a pagare il prezzo rischia di essere l’intero sistema energetico europeo, già orfano di certezze.
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