
Brasile, il veto di Lula travolto: per Bolsonaro si profila la libertà anticipata
Nel cuore della polarizzazione brasiliana, il Congresso ha inflitto al presidente Luiz Inácio Lula da Silva una sconfitta parlamentare dal valore simbolico e politico incandescente: con 318 voti alla Camera e 49 al Senato, i legislatori hanno ribaltato il veto presidenziale a una legge che modifica il calcolo delle pene detentive. L’effetto immediato è dirompente: l’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a oltre ventisette anni di reclusione per aver cospirato al fine di rovesciare l’esito elettorale del 2022, potrebbe vedersi ridurre la pena a poco più di due anni – una prospettiva che riapre i giochi politici a meno di sei mesi dalle elezioni in cui Lula intende ricandidarsi. Mentre a Brasilia si consumava lo scontro istituzionale, lo stesso Bolsonaro lasciava temporaneamente gli arresti domiciliari per sottoporsi a un intervento chirurgico alla spalla in una clinica della capitale: una coincidenza che restituisce la dimensione umana e fisica di un leader la cui parabola giudiziaria e clinica continua a intrecciarsi con il destino del Paese.
La norma al centro della contesa – ribattezzata dagli avversari “legge della libertà” – ridefinisce i criteri di progressività delle pene, favorendo i condannati per reati contro lo Stato che abbiano già scontato una porzione minima di carcere. Secondo osservatori latinoamericani, il testo era stato costruito su misura per l’ex presidente di estrema destra e per i suoi alleati coinvolti nei tumulti del gennaio 2023, quando migliaia di sostenitori assaltarono le sedi dei tre poteri a Brasilia. Lula aveva fermato il disegno a gennaio con un veto netto, ma la maggioranza conservatrice, galvanizzata dalla prospettiva di un Bolsonaro libero di tornare a fare campagna, ha mobilitato numeri schiaccianti che non si vedevano da tempo. I deputati e i senatori dell’opposizione hanno celebrato la vittoria cantando “libertà” e scandendo il nome di Flávio Bolsonaro, primogenito dell’ex presidente e precandidato presidenziale: un dettaglio che mostra come la partita sulla giustizia sia già diventata la rampa di lancio per una successione familiare della leadership sovranista.
Ora la parola passa al Supremo Tribunale Federale, che dovrà pronunciarsi sulla legittimità costituzionale della riforma. I giudici di Brasilia, che in passato hanno disinnescato diverse offensive del bolsonarismo, si trovano in una posizione delicatissima: un annullamento della legge verrebbe letto dall’estrema destra come un’ennesima persecuzione politica, mentre un via libera spianerebbe la strada al ritorno dell’ex presidente, trasformando i prossimi mesi in un referendum senza filtri sul suo progetto autoritario. A complicare il quadro, le condizioni di salute di Bolsonaro – l’operazione alla spalla è l’ultima di una lunga serie di ricoveri – potrebbero rafforzare nella base la narrativa del martire perseguitato e fragile, accelerando la ricostruzione del carisma che lo portò alla vittoria nel 2018.
Da una prospettiva europea, e in particolare italiana, la vicenda assume contorni che varcano l’Atlantico. Analisti di Bruxelles e osservatori della diplomazia comunitaria seguono con inquietudine l’indebolimento di Lula, considerato un interlocutore chiave per rilanciare l’accordo tra Unione Europea e Mercosur, già segnato da resistenze protezionistiche e diktat ambientali. Il ritorno di un’onda conservatrice aggressiva in Brasile rischia di frammentare ulteriormente il fronte latinoamericano, ispirando quelle forze sovraniste europee – da Vox a Fratelli d’Italia, passando per il Rassemblement National – che nel modello bolsonarista hanno visto un prototipo di reazione all’establishment progressista. Non è un caso che la destra italiana abbia espresso in più riprese solidarietà all’ex presidente, inquadrandone la detenzione come un drammatico errore giudiziario. Il voto di giovedì trasforma quella solidarietà in concreta possibilità di una revanche politica, mettendo le cancellerie del continente di fronte al dilemma di come dialogare con un Paese che potrebbe presto riabbracciare l’uomo che minacciò di uscire dall’accordo di Parigi e di isolare la foresta amazzonica dallo sguardo internazionale.
La battaglia giudiziaria e quella elettorale sono ora destinate a sovrapporsi. Se il Supremo Tribunale confermerà la riduzione di pena, Bolsonaro potrà uscire di scena come recluso per rientrarvi da protagonista della campagna. Lula, evidentemente logorato da una base parlamentare sempre più ostile, dovrà difendere la propria eredità riformista senza lo scudo di una giustizia che appariva granitica. E il Brasile, sospeso tra vocazione democratica e pulsioni illiberali, si prepara a mesi in cui ogni sentenza e ogni comizio peseranno come macigni sulla tenuta di un continente che guarda a quella nazione come a un laboratorio di futuro.
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