
Brasile precipita nella competitività globale: industria in affanno e fiducia ai minimi
La caduta al 65° posto nel ranking IMD, insieme alla contrazione dell’acciaio e al peggioramento delle PMI, espone i nodi irrisolti di un’economia che stenta a trasformare la crescita in attrattività.
Nel 2026 il Brasile è scivolato dal 58° al 65° posto nel Ranking Mondiale di Competitività elaborato dall’IMD, toccando il livello più basso degli ultimi anni e posizionandosi accanto a economie come Nigeria e Venezuela. Il dato arriva in un momento di apparente paradosso: il tasso di disoccupazione è ai minimi storici e l’economia è cresciuta, ma il paese ha perso terreno in tutti e quattro i pilastri dell’indice – performance economica, efficienza governativa, efficienza delle imprese e infrastrutture. Secondo gli analisti di San Paolo, il costo del capitale e le carenze nell’istruzione restano i freni principali alla capacità di attrarre investimenti produttivi, in un circolo vizioso in cui la mancanza di crescita sostenibile impone tassi d’interesse elevati per attirare capitali, che a loro volta scoraggiano l’investimento di lungo periodo.
I riflessi di questa debolezza strutturale si manifestano nei numeri dell’industria. Nei primi cinque mesi del 2026 la produzione brasiliana di acciaio grezzo è calata dell’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2025, attestandosi a 13,4 milioni di tonnellate, mentre il consumo apparente ha segnato una contrazione del 4,1%. L’Indicatore di Fiducia dell’Industria dell’Acciaio è crollato a giugno a 47,8 punti, ben al di sotto della soglia di 50 che separa l’ottimismo dal pessimismo, segnalando che le misure di difesa commerciale adottate dal governo – pur avendo ridotto le importazioni del 17% – non bastano a compensare la domanda interna debole e l’eccesso di capacità globale, in particolare cinese. Parallelamente, l’indice Omie che monitora le piccole e medie imprese ha registrato a maggio una flessione reale del fatturato dell’8,4% su base annua, la più marcata degli ultimi mesi, con tutti i settori in territorio negativo: infrastrutture (-13,5%), servizi (-8,6%), industria (-8,8%) e commercio (-8,8%). L’accelerazione dell’inflazione, che a maggio ha raggiunto lo 0,58% mensile spinta da energia e alimentari, e il mantenimento del tasso Selic al 14,25% gravano sulla capacità di spesa delle famiglie e sul credito alle imprese.
La frenata non è isolata al Brasile. In Colombia, l’Indice di Monitoraggio dell’Economia (ISE) di aprile ha mostrato un rallentamento della crescita annua al 3,34%, dal 3,94% di marzo, con le attività primarie – agricoltura e miniere – in contrazione del 2,4% e l’edilizia in affanno. In Argentina, l’attività industriale ha registrato a maggio un calo del 5% su base annua e dello 0,8% sul mese precedente, con settori come le costruzioni che operano a livelli inferiori del 30% rispetto al 2022, secondo i dati dell’Unione Industriale Argentina. Anche in Sudafrica, dove le vendite al dettaglio sono cresciute modestamente (+1,3% ad aprile), la domanda resta fragile e disomogenea, con i consumatori che privilegiano mobili ed elettrodomestici ma riducono la spesa nei supermercati. In questo quadro, il Brasile sconta anche un posizionamento intermedio nella prontezza all’intelligenza artificiale: 22° nel Government AI Readiness Index, lontano dai leader Stati Uniti e Singapore, con carenze nella capacità computazionale e nella formazione di talenti specializzati.
Le prospettive a breve sono segnate dall’incertezza elettorale e dal dibattito su riforme del lavoro come la possibile abolizione della scala 6x1, che secondo le confederazioni industriali brasiliane potrebbe aumentare i costi del lavoro fino al 17% in alcuni comparti, penalizzando soprattutto le micro e piccole imprese. Con la Selic attesa ancora in doppia cifra fino a fine anno e l’inflazione in ripresa, gli osservatori guardano alle prossime decisioni della banca centrale e all’evoluzione della domanda interna come ai veri banchi di prova per invertire la spirale negativa della competitività.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
| Stampa cinese | 0.00 | neutral |
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
Il crollo del Brasile al 65° posto nella classifica di competitività, insieme al calo della produzione di acciaio e alla contrazione industriale, mette a nudo le profonde debolezze strutturali della maggiore economia latinoamericana. Costi del capitale elevati, lacune educative e un sistema fiscale oneroso stanno erodendo la capacità del paese di attrarre investimenti e sostenere la crescita, sollevando preoccupazioni per l'intera regione.
Il drammatico scivolone del Brasile nelle classifiche di competitività globale è un severo monito del fallimento delle riforme, con la produzione di acciaio in calo e le piccole industrie che cedono sotto costi elevati. La stampa economica anglo-americana lo considera l'esito prevedibile di errori politici cronici, tassi d'interesse elevati e un regime fiscale non competitivo, sollevando dubbi sull'intera narrazione di crescita latinoamericana.
Il declino della competitività del Brasile e la contrazione industriale sono osservati con distacco negli ambienti economici cinesi, considerati parte di un più ampio riallineamento globale in cui la forza manifatturiera cinese resta incontrastata. Mentre le economie latinoamericane lottano con colli di bottiglia strutturali, gli analisti cinesi sottolineano la necessità di riforme pragmatiche e di una più profonda integrazione commerciale con l'Asia per compensare la volatilità dei mercati occidentali.
La perdita di competitività del Brasile e la pressione sulle sue industrie siderurgiche e piccole sono viste dai media economici di lingua tedesca come un monito per i mercati emergenti che trascurano le riforme strutturali. L'attenzione è rivolta all'alto costo del capitale e ai deficit educativi, che minano la produttività a lungo termine e rendono la regione vulnerabile agli shock globali, con implicazioni per gli esportatori e gli investitori europei.
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