
Tra spari e diplomazia: la missione ad alto rischio di re Carlo III da Trump
Non c’è immagine più eloquente, per raccontare la complessità di questa visita di Stato, di un re settantasettenne che atterra a Washington poche ore dopo un tentativo di attacco armato al presidente che lo ospita, mentre i due governi sono immersi nella più grave crisi diplomatica dai tempi di Suez. Carlo III e la regina Camilla sono giunti lunedì sera negli Stati Uniti per un viaggio di quattro giorni che, nato sotto la stella delle celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana, si è trasformato in una delicatissima missione di sutura della cosiddetta "special relationship". La sparatoria di sabato notte, quando un uomo armato ha scambiato colpi d’arma da fuoco con gli agenti del Secret Service nell’atrio dell’hotel dove era in corso la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, ha aggiunto un ulteriore strato di tensione a un viaggio che la BBC ha già definito «la prova più dura del suo regno».
La partenza non è mai stata davvero in discussione, ma le ore che l’hanno preceduta hanno visto un frenetico lavorio diplomatico e di intelligence su entrambe le sponde dell’Atlantico. Buckingham Palace ha confermato che i colloqui con le controparti americane sono proseguiti per tutta la giornata di domenica, producendo alcuni aggiustamenti operativi agli eventi più esposti al pubblico – su tutti la tradizionale "walkabout" reale – senza però alterare l’architettura della visita. Donald Trump, dal canto suo, ha voluto dissipare ogni dubbio residuo, dichiarando in un’intervista che il sovrano sarà «molto al sicuro» e lodandone il coraggio nell’affrontare le terapie per il cancro. Un’uscita che, nella lettura degli analisti di Bruxelles, rivela la volontà della Casa Bianca di blindare l’evento, trasformandolo in una vetrina di normalità e prestigio a beneficio di un’amministrazione scossa da una serie di crisi a cascata.
A rendere il terreno più scivoloso della cerimonia e dei ventuno colpi di cannone è però la frattura politica che si è aperta nelle ultime settimane tra Londra e Washington sulla guerra in Iran. Il premier Keir Starmer ha rifiutato di associare il Regno Unito ai raid condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro Teheran, una defezione che ha scatenato l’ira di Trump, il quale ha bollato l’operazione come «l’ultima guerra di scelta» americana e ha minacciato ritorsioni commerciali. In questo contesto, la visita di Carlo III assume una valenza che travalica il simbolismo. Il monarca, capo di Stato in un sistema costituzionale che gli impedisce di sconfinare nella politica attiva, si trova a dover rappresentare l’unità e la continuità di un’alleanza che il governo eletto britannico fatica a tenere in piedi. È una partita giocata sul filo del protocollo: il discorso di martedì davanti al Congresso – il primo di un sovrano britannico dal 1991, quando Elisabetta II si rivolse ai parlamentari riuniti – dovrà evocare la storia condivisa senza sfiorare le controversie del presente, un esercizio di equilibrismo che a Londra definiscono “diplomazia della Corona”.
Dalle capitali mediorientali, e in particolare da Teheran, l’ottica è inevitabilmente diversa: il viaggio reale viene letto come il tentativo di ricompattare un fronte occidentale che la guerra in Iran ha incrinato, e la presenza stessa del monarca è vista come un’implicita benedizione alla strategia di Washington. Nelle capitali europee, invece, prevale un cauto ottimismo: la visita è considerata un’ancora di stabilità in una relazione transatlantica divenuta imprevedibile, e in molti sperano che il prestigio personale di cui Carlo III gode presso Trump – che in passato lo ha definito «un uomo fantastico» – possa ammorbidire le rigidità della Casa Bianca verso il governo Starmer, preservando quell’intesa in materia di intelligence e difesa che per l’Europa resta un pilastro insostituibile della sicurezza collettiva.
Al di là dei brindisi e delle foto ufficiali, il vero banco di prova di questo viaggio sarà la sua capacità di produrre un reset, per quanto fragile, in un rapporto che sta scivolando dalla special relationship alla relazione condizionale. Carlo III porta con sé il peso di una monarchia che cerca una nuova legittimazione internazionale, mentre Trump vede nell’incontro un’occasione per rivestire di regalità la sua presidenza. L’esito, tuttavia, dipenderà meno dalla chimica personale tra i due leader che dalla disponibilità di Washington ad accettare che l’alleanza con Londra non si misura solo in termini di allineamento militare. Se il re riuscirà a ricordare – con il linguaggio allusivo che è proprio dei sovrani – che la forza di un’alleanza sta anche nella libertà di dissentire, allora questa visita potrebbe rappresentare molto più di un esercizio di glamour dinastico.
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