
Carlo III al Congresso: un appello regale contro l'isolazionismo che scuote l'alleanza atlantica
Con un discorso insolitamente esplicito per un sovrano costituzionale, re Carlo III ha scelto l’aula del Congresso americano per lanciare un appello accorato alla fedeltà atlantica e al sostegno all’Ucraina, in quella che molti osservatori europei hanno interpretato come una critica neppure troppo velata alle tentazioni isolazioniste dell’amministrazione Trump. Davanti a senatori e rappresentanti riuniti in seduta comune – un onore che non veniva tributato a un monarca britannico dal 1991, quando sua madre Elisabetta II vi parlò – il re ha ricordato che «le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa vincerle da sola», richiamando la solidarietà dell’Articolo 5 della NATO, attivato per la prima volta dopo l’11 settembre, e invocando per Kiev una «pace veramente giusta e duratura». L’accostamento fra l’unità post-2001 e l’attuale necessità di difendere un’Europa aggredita non è sfuggito a nessuno, tanto che da Bruxelles si sottolinea come le parole del re abbiano colmato, almeno simbolicamente, il vuoto di leadership creato dalle ambiguità strategiche americane.
La visita di Stato, durata quattro giorni e culminata con un fastoso banchetto alla Casa Bianca, si è svolta in un clima di forti tensioni sotterranee. Mentre Donald Trump esaltava la «relazione speciale» e il ceppo comune di «valori e sangue», i dossier scottanti restavano sullo sfondo: il conflitto con l’Iran, che ha visto Londra e Washington su posizioni divergenti, e le pressioni americane sugli alleati europei affinché aumentino la spesa militare. Negli ambienti diplomatici londinesi si legge la visita come un tentativo di ricucire uno strappo che va ben oltre le buone maniere, perché riguarda la stessa architettura di sicurezza che l’Italia e gli altri membri dell’Unione considerano vitale per la propria stabilità. Non è un caso che Carlo III abbia inserito nel discorso un riferimento alla Magna Carta, citata in oltre centosessanta sentenze della Corte Suprema americana, quasi a rammentare che il patrimonio giuridico comune affonda le radici in una concezione di potere limitato e bilanciato – un passaggio che l’assemblea ha salutato con una standing ovation bipartisan, rara in un Congresso lacerato da divisioni profonde.
Dalle capitali dell’Europa continentale, e in particolare da Roma, la regale esternazione è stata accolta con un misto di sollievo e realismo. Il richiamo del re alla «risolutezza incrollabile» in difesa dell’Ucraina rafforza una linea che il governo italiano, pur con qualche oscillazione, ha mantenuto nel quadro della NATO e del G7, ma rischia di essere minato se Washington dovesse davvero ridurre il proprio impegno. Analogamente, l’aver toccato il tema della crisi climatica – cavallo di battaglia storico del sovrano – suona come un monito a non smantellare quell’agenda multilaterale che l’Europa considera irrinunciabile. Da Mosca, al contrario, si è minimizzato il discorso come «ingerenza retorica», mentre a Teheran si osserva con preoccupazione la possibilità che la pressione congiunta angloamericana riduca i margini di manovra della Repubblica Islamica.
La nota ironica della giornata è arrivata da un post della Casa Bianca che ha definito Trump e Carlo «due re», suscitando ilarità e imbarazzo a Buckingham Palace, dove il gesto è stato letto come l’ennesima prova di un’amministrazione che fatica a cogliere il confine fra diplomazia e spettacolo. Eppure, al di là dell’aneddoto, la domanda che resta aperta è se il soft power della monarchia britannica potrà davvero ammorbidire le linee di frattura transatlantiche. Il re ha fatto la sua parte, usando la lingua universale della storia e dei valori, ma la vera partita si giocherà nei prossimi mesi, quando Londra e le cancellerie europee dovranno dimostrare di saper tradurre quel carico simbolico in un rinnovato patto con Washington, senza il quale l’Occidente rischia di ritrovarsi diviso proprio mentre le autocrazie affinano la loro collaborazione. Per l’Italia, che con il Regno Unito condivide una solida intesa bilaterale post-Brexit e con gli Stati Uniti un legame storico, la capacità di tenere unito il fronte atlantico è insieme una necessità strategica e una scommessa sul futuro.
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