
Caro-carburante e cieli in allerta: l’estate dei voli incerti tra rincari e razionamenti
L’allarme più crudo arriva da Nuova Delhi, dove le compagnie aeree indiane hanno scritto al governo avvertendo di essere «sull’orlo di fermare le operazioni». In una lettera dai toni drammatici, la Federation of Indian Airlines – che rappresenta Air India, IndiGo e SpiceJet – ha chiesto un intervento urgente sul prezzo del cherosene, lievitato di quasi il trecento per cento in pochi mesi sulla scia della volatilità del greggio. L’esecutivo indiano, nel pieno di una tornata elettorale, aveva già calmierato la crescita ad aprile con un tetto del venticinque per cento per i voli domestici, mentre sulle rotte internazionali l’aumento aveva superato il cento per cento. Ora la revisione mensile rischia di scaricare nuovi costi su vettori già provati, e la minaccia di cancellazioni e aerei a terra non è più soltanto un esercizio retorico.
Quella indiana è la punta più acuta di una crisi che percorre l’intera geografia del trasporto aereo globale. La guerra in Iran e le ripetute chiusure dello Stretto di Hormuz – snodo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – hanno acceso i listini del jet fuel e, con essi, le tariffe al pubblico. Secondo le rilevazioni della società di consulenza Teneo, i biglietti aerei sono rincarati in media del ventiquattro per cento su base annua, l’impennata più ripida degli ultimi cinque anni. A Patrasso come a Bali, il viaggiatore si imbatte in preventivi che smentiscono la stagione degli ultra-low cost, mentre le compagnie rincorrono i costi moltiplicando le tariffazioni accessorie: scegliere un posto senza oblò su una tratta Milano-New York può costare duecentotrentacinque euro a tratta, un dettaglio che la dice lunga su una strategia di sopravvivenza già ribattezzata dai vettori «new normal».
A soffrire di più, nell’ecosistema europeo, sono proprio le low cost. Dall’osservatorio di Bruxelles si nota come vettori quali Ryanair, Transavia e Volotea stiano già sforbiciando i programmi di volo di maggio e giugno, più esposti alla leva del prezzo del carburante e alla prudenza dei consumatori. Michael O’Leary, patron della compagnia irlandese, ammette un raffreddamento delle prenotazioni: «La gente aspetta, rinvia la decisione» – un’inclinazione confermata dalla direzione di Wizz Air, che parla di un trend «wait and see» ancora forte, benché l’appetito per la vacanza resti intatto. Non è un caso che da Madrid il ministro del Turismo Jordi Hereu abbia invitato i viaggiatori a comprare subito il biglietto, nel tentativo di blindare i numeri record di un paese che nel 2024 ha accolto novantasette milioni di visitatori e che ora teme il contraccolpo di tariffe percepite come proibitive.
Dalle capitali asiatiche l’ottica si fa ancora più strategica. Willie Walsh, direttore generale dell’Associazione internazionale del trasporto aereo, mette in guardia da una possibile carenza di carburante proprio nel picco estivo, con un effetto domino che colpirebbe prima l’Asia, poi l’Europa e a seguire Africa e America Latina. «Vedremo le compagnie ridurre le frequenze in previsione di razionamenti», ha dichiarato, pur escludendo uno stop simile a quello pandemico: la voglia di volare, a suo giudizio, terrà. Ma la riduzione degli orari, unita a un greggio che non accenna a raffreddarsi, sta già producendo un effetto strutturale. Negli Stati Uniti, alcuni amministratori delegati hanno chiarito che gli aumenti tariffari «resteranno» anche se il prezzo del cherosene dovesse scendere, segnando una discontinuità rispetto alla tradizionale elasticità del settore.
Per un lettore italiano, la vicenda si traduce in un orizzonte estivo più caro e potenzialmente più contratto. Le rotte del Mediterraneo, servite in larga parte da vettori a basso costo, potrebbero assottigliarsi, mentre le tariffe per le isole greche o per le mete balneari spagnole salgono ben oltre le attese. Se il turismo domestico e di prossimità potrebbe beneficiare di una parziale redistribuzione dei flussi, resta il rischio che l’incertezza finisca per erodere la propensione alla partenza delle famiglie, proprio nella stagione in cui il diritto alla vacanza si misura con il potere d’acquisto. L’estate dei cieli inquieti sarà con ogni probabilità un banco di prova per un settore che, stretto tra geopolitica e costi fissi, sta cercando un nuovo equilibrio: meno voli, tariffe più alte e una clientela che, per la prima volta dopo la pandemia, potrebbe imparare a dire di no.
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