
Chihuahua, la CIA e un incidente mortale: il confine della sovranità
La morte di due agenti della Central Intelligence Agency in un incidente stradale nelle montagne di Chihuahua non è più solo una tragedia locale, ma il sintomo di una frattura profonda nei rapporti tra Washington e Città del Messico. Il convoglio di cui facevano parte, insieme a due funzionari messicani, stava rientrando da un’operazione contro un laboratorio di droga sintetica quando è precipitato in un burrone. Ma il vero baratro è quello giuridico e politico aperto dalla scoperta che gli agenti statunitensi operavano sul suolo messicano senza l’autorizzazione del governo federale, una violazione esplicita della Costituzione e delle leggi di sicurezza nazionale. La presidente Claudia Sheinbaum ha subito puntato il dito contro l’amministrazione statale di Chihuahua, guidata dalla governatrice del Partito Azione Nazionale María Eugenia Campos, accusandola di aver agito in autonomia e di aver nascosto la presenza di personale straniero. Per la prima volta, il Senato messicano ha citato una governatrice in carica, chiamandola a riferire il 28 aprile insieme al procuratore dello Stato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha replicato chiedendo «più empatia» da parte del Messico, quasi a voler ribaltare la narrazione della violazione di sovranità.
L’ottica di Pechino, da lontano, osserva con attenzione queste crepe: ogni incidente che indebolisce il rapporto bilaterale tra Stati Uniti e Messico offre spazio a iniziative commerciali alternative. Ma è a Bruxelles che la vicenda suona come un campanello d’allarme per il diritto internazionale. Se un alleato come gli Stati Uniti può inviare agenti in operazioni sul campo aggirando le autorità centrali di un paese sovrano, il precedente inquieta tutti gli Stati che condividono confini o accordi di cooperazione con Washington. Per l’Italia, che partecipa a missioni di polizia integrate e conosce bene il tema delle deroghe alla sovranità nei dossier migratori e antiterrorismo, il caso Chihuahua riaccende il dibattito su come bilanciare efficacia operativa e rispetto delle giurisdizioni nazionali. Nel frattempo, fonti vicine al Los Angeles Times rivelano che l’operazione in cui sono morti gli agenti era almeno la terza del 2026, e non la prima: segno che l’abitudine all’azione non coordinata era radicata.
Il futuro della cooperazione bilaterale è appeso a un equilibrio instabile. Sheinbaum ha inviato una nota di protesta formale all’ambasciatore americano, ma ha anche lasciato intendere di voler evitare uno scontro frontale con la nuova amministrazione Trump, in un momento già segnato dai negoziati tariffari e dal braccio di ferro sui flussi migratori. Il Partito Azione Nazionale, dal canto suo, chiede che lo stesso trattamento riservato a Campos venga applicato ai governatori di Sinaloa e Baja California, accusati di collusioni con il crimine organizzato. Ma la vera questione, per gli analisti di Città del Messico, è se la lezione di Chihuahua porterà a un rafforzamento dei controlli federali sulle operazioni straniere o a un raffreddamento della collaborazione sul campo contro i cartelli. La risposta arriverà presto, ma l’ombra di quel barranco resterà a lungo su un confine fatto di silenzi, segreti e sovranità violata.
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