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venerdì 8 maggio 2026

Cina, pena di morte (sospesa) per due ex ministri della Difesa: il segnale di Xi Jinping

Due ex ministri della Difesa cinesi condannati a morte con sospensione biennale per corruzione. Pechino manda un segnale di tolleranza zero verso la slealtà.

La Cina ha inflitto la pena capitale, con sospensione biennale, a due ex ministri della Difesa, Wei Fenghe e Li Shangfu, riconosciuti colpevoli di aver accettato tangenti. La sentenza, emessa da un tribunale militare, prevede che la condanna venga commutata in ergastolo se i condannati non commetteranno altri reati durante il periodo di sospensione – evenienza pressoché certa, dato che resteranno detenuti. Il caso rappresenta il culmine di una vasta campagna anticorruzione voluta dal presidente Xi Jinping, che fin dal suo insediamento nel 2012 ha promesso di colpire senza distinzioni “zanzare e tigri”, ossia funzionari di ogni rango.

Nell’ottica di Pechino, la severità della condanna non è solo una questione di moralità pubblica, ma un chiaro avvertimento a chiunque occupi posizioni di potere nelle Forze armate. Il Quotidiano dell’Esercito Popolare di Liberazione, organo ufficiale dell’esercito cinese, ha per la prima volta definito Li Shangfu un “traditore”, accusandolo di aver mostrato una “fedeltà divisa”. L’editoriale sottolinea che “l’esercito impugna il fucile e non deve ospitare chi è sleale al partito”, un linguaggio che evoca la dottrina leninista del controllo assoluto del partito sulle armi. Per gli analisti di Bruxelles, questa retorica segnala una crescente tensione tra la necessità di professionalizzare l’esercito e l’imperativo di garantirne la subordinazione politica, soprattutto in un momento in cui la Cina accelera la modernizzazione militare e aumenta le proprie ambizioni regionali.

La punizione esemplare dei due ex ministri – entrambi generali di alto grado – si inserisce in una più ampia epurazione che ha già coinvolto decine di ufficiali, compreso il capo di stato maggiore dell’Esercito popolare. Per gli osservatori di Washington, la mossa di Xi mira a rinsaldare il proprio controllo personale su un apparato militare storicamente autonomo, ma anche a inviare un messaggio alla burocrazia civile e militare: nessuno, per quanto potente, è al di sopra della disciplina di partito. Tuttavia, il ricorso a una condanna a morte (sia pure sospesa) per reati finanziari è considerato insolito anche per gli standard cinesi, e suggerisce che la corruzione sia stata interpretata anche come un atto di slealtà.

Quali conseguenze per l’Europa e l’Italia? Sul piano diplomatico, la vicenda potrebbe irrigidire ulteriormente i rapporti tra Bruxelles e Pechino, già tesi su dossier commerciali e tecnologici. La Comunità europea segue con attenzione la governance interna cinese, ma finora ha evitato condanne pubbliche, preferendo un approccio pragmatico. Per l’Italia, inserita nella Via della Seta e con interessi economici in Cina, il segnale è ambiguo: da un lato, un esercito più disciplinato può garantire stabilità; dall’altro, una repressione interna sempre più severa rischia di allontanare gli investitori occidentali, preoccupati per lo stato di diritto. In prospettiva, la scelta di Xi di utilizzare la massima pena come deterrente indica che la lotta anticorruzione non conoscerà tregue, e che il Partito comunista intende blindare la propria autorità in vista del congresso del 2027, quando potrebbe cercare un terzo mandato. La sentenza di ieri è, in fondo, un episodio di quella che gli osservatori chiamano la “normalizzazione eccezionale”: una giustizia che colpisce duro per dimostrare che nessun tigre è intoccabile, ma che lo fa con procedure che lasciano spazio alla clemenza – purché la fedeltà rimanga assoluta.

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venerdì 8 maggio 2026

Cina, pena di morte (sospesa) per due ex ministri della Difesa: il segnale di Xi Jinping

Due ex ministri della Difesa cinesi condannati a morte con sospensione biennale per corruzione. Pechino manda un segnale di tolleranza zero verso la slealtà.

La Cina ha inflitto la pena capitale, con sospensione biennale, a due ex ministri della Difesa, Wei Fenghe e Li Shangfu, riconosciuti colpevoli di aver accettato tangenti. La sentenza, emessa da un tribunale militare, prevede che la condanna venga commutata in ergastolo se i condannati non commetteranno altri reati durante il periodo di sospensione – evenienza pressoché certa, dato che resteranno detenuti. Il caso rappresenta il culmine di una vasta campagna anticorruzione voluta dal presidente Xi Jinping, che fin dal suo insediamento nel 2012 ha promesso di colpire senza distinzioni “zanzare e tigri”, ossia funzionari di ogni rango.

Nell’ottica di Pechino, la severità della condanna non è solo una questione di moralità pubblica, ma un chiaro avvertimento a chiunque occupi posizioni di potere nelle Forze armate. Il Quotidiano dell’Esercito Popolare di Liberazione, organo ufficiale dell’esercito cinese, ha per la prima volta definito Li Shangfu un “traditore”, accusandolo di aver mostrato una “fedeltà divisa”. L’editoriale sottolinea che “l’esercito impugna il fucile e non deve ospitare chi è sleale al partito”, un linguaggio che evoca la dottrina leninista del controllo assoluto del partito sulle armi. Per gli analisti di Bruxelles, questa retorica segnala una crescente tensione tra la necessità di professionalizzare l’esercito e l’imperativo di garantirne la subordinazione politica, soprattutto in un momento in cui la Cina accelera la modernizzazione militare e aumenta le proprie ambizioni regionali.

La punizione esemplare dei due ex ministri – entrambi generali di alto grado – si inserisce in una più ampia epurazione che ha già coinvolto decine di ufficiali, compreso il capo di stato maggiore dell’Esercito popolare. Per gli osservatori di Washington, la mossa di Xi mira a rinsaldare il proprio controllo personale su un apparato militare storicamente autonomo, ma anche a inviare un messaggio alla burocrazia civile e militare: nessuno, per quanto potente, è al di sopra della disciplina di partito. Tuttavia, il ricorso a una condanna a morte (sia pure sospesa) per reati finanziari è considerato insolito anche per gli standard cinesi, e suggerisce che la corruzione sia stata interpretata anche come un atto di slealtà.

Quali conseguenze per l’Europa e l’Italia? Sul piano diplomatico, la vicenda potrebbe irrigidire ulteriormente i rapporti tra Bruxelles e Pechino, già tesi su dossier commerciali e tecnologici. La Comunità europea segue con attenzione la governance interna cinese, ma finora ha evitato condanne pubbliche, preferendo un approccio pragmatico. Per l’Italia, inserita nella Via della Seta e con interessi economici in Cina, il segnale è ambiguo: da un lato, un esercito più disciplinato può garantire stabilità; dall’altro, una repressione interna sempre più severa rischia di allontanare gli investitori occidentali, preoccupati per lo stato di diritto. In prospettiva, la scelta di Xi di utilizzare la massima pena come deterrente indica che la lotta anticorruzione non conoscerà tregue, e che il Partito comunista intende blindare la propria autorità in vista del congresso del 2027, quando potrebbe cercare un terzo mandato. La sentenza di ieri è, in fondo, un episodio di quella che gli osservatori chiamano la “normalizzazione eccezionale”: una giustizia che colpisce duro per dimostrare che nessun tigre è intoccabile, ma che lo fa con procedure che lasciano spazio alla clemenza – purché la fedeltà rimanga assoluta.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

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