
Contro la droga, una giornata di allarmi e marce dal Sahel al Golfo
Il 26 giugno, Giornata internazionale contro l'abuso di droga, ha unito governatori nigeriani, sceicchi emiratini e studenti ghanesi in un coro di appelli alla responsabilità collettiva.
Nella penombra fresca dell’Istituto Sultan Maccido per gli Studi Coranici e Generali di Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria, il vicegovernatore Alhaji Idris Mohammed Gobir ha preso la parola davanti a una platea di leader religiosi, operatori sanitari e rappresentanti delle forze dell’ordine. Non era una lezione di teologia, ma l’apertura locale della Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga. Gobir, parlando a nome del governatore Ahmed Aliyu, ha descritto la droga come una minaccia che «distrugge le famiglie, alimenta la criminalità ed espone i consumatori a gravi conseguenze sanitarie e sociali». Poche ore prima, a centinaia di chilometri di distanza, ad Abeokuta, il presidente nazionale degli studenti dello Stato di Ogun, Oluwafemi Ajayi, marciava insieme a funzionari dell’agenzia antidroga nigeriana e ad altri giovani, brandendo cartelli che invitavano a scegliere «la disciplina invece della dipendenza».
Queste due scene, così distanti per geografia e registro – il discorso ufficiale nell’antica capitale del califfato di Sokoto, la marcia studentesca nel sud-ovest yoruba – condividono la stessa data e la stessa urgenza. Il 26 giugno, proclamato dalle Nazioni Unite nel 1987, è diventato un prisma attraverso cui osservare le molteplici strategie con cui gli Stati affrontano un mercato globale della droga in piena mutazione. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine, circa 316 milioni di persone nel mondo fanno uso di sostanze illecite; in Nigeria la prevalenza tra i 15 e i 64 anni sfiora il 14,4%, quasi il triplo della media globale. Di fronte a queste cifre, le risposte non sono uniformi. A Kano, il governatore Abba Yusuf ha istituito una task force speciale affidata all’ex zar anticorruzione Muhuyi Magaji, con il mandato di smantellare le reti criminali e creare tribunali rapidi per i trafficanti. In Ghana, il ministro dell’Interno Mohammed-Mubarak Muntaka ha parlato in Parlamento di una «minaccia crescente» legata all’abuso di cannabis e oppioidi sintetici come il tramadolo, annunciando la creazione di un laboratorio forense.
L’approccio degli Emirati Arabi Uniti, illustrato in una campagna lanciata sotto lo slogan «Unire le fila per sradicare il flagello», sposta il baricentro dalla repressione alla prevenzione. Il presidente dell’Ufficio nazionale antidroga, lo sceicco Zayed bin Hamdan Al Nahyan, ha insistito su una «visione nazionale che mette l’essere umano al primo posto», integrando il rigore della legge con il dialogo familiare e la riservatezza dei percorsi di cura. È una prospettiva che, secondo gli analisti del Golfo, riflette la volontà di proteggere una società giovane e iperconnessa, esposta ai nuovi canali digitali del narcotraffico. Non a caso, la campagna emiratina chiama in causa «la famiglia, la scuola e tutte le istituzioni nazionali», in un’eco che rimanda alle parole del governatore di Sokoto quando invoca il ruolo di «genitori, insegnanti, leader religiosi e tradizionali».
Per un osservatore europeo, questa coralità di appelli rivela una tensione comune. In Italia, dove il consumo di sostanze tra i giovani è monitorato con crescente preoccupazione dall’Osservatorio europeo di Lisbona, il richiamo alla «responsabilità condivisa» risuona familiare. Eppure, ciò che colpisce nelle cronache di questa giornata è la concretezza delle iniziative locali: i comitati di sviluppo di quartiere nello Stato di Sokoto che bussano porta a porta per recuperare i bambini non vaccinati e intercettare le madri in gravidanza; la task force di Kano che unisce forze di polizia, università e società civile; la marcia silenziosa degli studenti di Ogun che, sotto il sole, ripetono che «le droghe non sono alla moda, un futuro luminoso sì». Sono tasselli di un mosaico in cui la guerra alla droga si combatte con gli strumenti della prossimità, prima ancora che con le manette.
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