
Tra i vicoli di Dhaka, il lutto si fa processione: l’Ashura e i suoi molti volti
Dalle strade della capitale bengalese alle piazze di Teheran, il decimo giorno di Muharram intreccia memorie antiche, digiuno e riti di partecipazione collettiva.
All’imbocco di Chankharpul, nel cuore della vecchia Dhaka, il primo segno è il nero. Non un nero qualsiasi, ma quello dei vessilli che pendono dai balconi in legno intagliato dell’Hoseni Dalan, lo storico imambara di epoca moghul. Mercoledì scorso, sotto una pioggia fuori stagione, donne e bambini si infilavano nei vicoli stretti per raggiungere il corteo, mentre volontari distribuivano bicchieri di sherbet ai passanti. Una famiglia sunnita di Keraniganj – marito, moglie e un nipote di sei anni – si fermava davanti alla tazia, la riproduzione simbolica del mausoleo di Hussein, per una donazione silenziosa. «Veniamo qui da quando ero piccolo», ha raccontato l’uomo, «è un omaggio che fa parte della nostra storia familiare».
Quella processione, che si snoda ogni 10 Muharram dall’Hoseni Dalan fino al lago di Dhanmondi per l’immersione rituale delle tazia, è il cuore pulsante dell’Ashura nella capitale bengalese. Per la comunità sciita che la organizza, il corteo è un lamento corale scandito dal battito delle mani sul petto – il matam – e dal grido «Ya Hossain, Ya Hossain». Si portano in spalla simboli antichi: il cavallo Dul Dul, le palme metalliche, gli alam. È il ricordo della battaglia di Karbala, nell’odierno Iraq, dove nel 680 d.C. l’imam Hussein, nipote del Profeta, cadde con settanta familiari e seguaci, privato dell’acqua dell’Eufrate. Secondo la tradizione sciita, quel martirio è il paradigma della lotta contro l’ingiustizia, e l’Ashura ne rinnova il dolore trasformandolo in appartenenza.
Eppure, l’Ashura non appartiene a una sola memoria. Per i musulmani sunniti, il decimo giorno di Muharram è anzitutto un tempo di digiuno e gratitudine, che affonda le radici ben prima della tragedia di Karbala. I testi delle raccolte di hadith ricordano che il Profeta Maometto, giunto a Medina, trovò gli ebrei che digiunavano in quel giorno per commemorare la salvezza di Mosè e dei Figli di Israele dalla persecuzione del Faraone. «Noi siamo più vicini a Mosè di voi», avrebbe detto, e prescrisse il digiuno, raccomandando di aggiungere un giorno prima o dopo per distinguersi. Storici delle religioni osservano come l’Ashura si innesti su un calendario lunare preislamico che già consacrava Muharram come mese di tregua e purificazione, e come in Nordafrica la ricorrenza assuma toni festosi, con dolci tipici e doni ai bambini, quasi un carnevale sacro.
A Dhaka questa stratificazione è visibile a occhio nudo. Non sono solo gli sciiti a partecipare: sunniti, curiosi, intere famiglie si uniscono al flusso che avanza tra i vicoli di Bakshi Bazar e Azimpur. La sera, dopo la preghiera del venerdì, l’Hoseni Dalan spegne le luci per lo “sham-e-ghariba”, il raduno dei forestieri, e il lamento si fa più intimo. Resta sospesa un’immagine: quella di un bambino con una maglietta nera troppo grande che regge un piccolo alam di carta, mentre il corteo si allontana verso il lago, dove le tazia verranno immerse nell’acqua, restituendo al silenzio la memoria di un sacrificio che ogni anno si rinnova.
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| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
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L'Iran riafferma che lo spirito di Ashura guida la resistenza e che Israele deve ritirarsi dal Libano o sarà costretto a fuggire.
Il conflitto politico-militare viene inquadrato come una continuazione della battaglia sacra di Karbala, rendendo la resistenza un dovere religioso eterno.
Non viene menzionato che Ashura è anche un giorno di lutto e digiuno per molti musulmani, né le celebrazioni carnevalesche in altre parti del mondo.
La FIFA e l'Europa mediano tra le richieste iraniane e le norme occidentali, imponendo restrizioni per evitare conflitti.
La decisione viene presentata come neutrale e tecnica, ma di fatto legittima le richieste iraniane, normalizzando la loro posizione restrittiva.
Non viene contestualizzato il significato religioso di Ashura né il fatto che la richiesta iraniana è parte di una più ampia politica di controllo sociale.
L'Indonesia riporta la posizione israeliana senza commento, normalizzando la narrazione israeliana.
La scelta di dare voce a una sola parte senza contrappeso crea l'impressione di obiettività, ma di fatto favorisce la prospettiva israeliana.
Non viene inclusa la prospettiva iraniana o libanese, né il contesto di Ashura che motiva la resistenza.
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