
Corea del Nord, Kim esalta i soldati che si fanno esplodere per non cadere prigionieri
La settimana scorsa, a Pyongyang, Kim Jong-un ha inaugurato un memoriale dedicato ai militari nordcoreani caduti combattendo al fianco della Russia in Ucraina. Durante la cerimonia, alla presenza del ministro della Difesa russo Andrej Belousov e del presidente della Duma Vjaceslav Volodin, il dittatore ha elogiato i cosiddetti “martiri” che, secondo la sua narrazione, non hanno esitato a farsi saltare in aria con le proprie granate pur di evitare la cattura da parte delle forze ucraine. È la prima conferma ufficiale di una pratica a lungo sospettata dai servizi di intelligence occidentali e dalle testimonianze di disertori.
Secondo gli analisti di Seul, i soldati nordcoreani ricevono ordini espliciti di suicidarsi piuttosto che finire prigionieri, un codice di condotta che trasforma il campo di battaglia in un teatro di sacrificio assoluto al servizio del regime. Le stime sulle perdite sono drammaticamente divergenti. La pubblicazione specializzata NK Pro ha contato almeno duemiladuecentottantotto nomi incisi sulle nuove stele del memoriale, mentre fonti sudcoreane e ucraine parlano di oltre seimila morti su un contingente complessivo stimato tra i dodicimila e i quindicimila effettivi.
Numeri che né Mosca né Pyongyang confermano, ma che delineano una carneficina silenziosa, avvenuta per lo più nell’oblast di Kursk, dove i nordcoreani sono stati impiegati per respingere l’incursione ucraina lanciata nell’estate del 2024. Dal punto di vista di Bruxelles, la crescente simbiosi militare tra Russia e Corea del Nord rappresenta una miniera di inquietudini: non solo per il trasferimento di tecnologie e munizioni, ma per la creazione di un fronte ibrido che lega l’Europa orientale alla penisola coreana. Per l’Italia, che ha sempre sostenuto la linea di difesa dell’integrità territoriale ucraina, questa cooperazione rafforza la necessità di mantenere alta l’attenzione su un conflitto che rischia di allargarsi oltre i confini regionali.
L’inaugurazione del museo a Pyongyang, con tanto di fuochi d’artificio e simulazioni di corpo a corpo, non è solo un gesto commemorativo: è uno strumento di propaganda interna per consolidare il potere dinastico dei Kim, in un Paese che sacrifica i suoi giovani in cambio di risorse energetiche, valuta pregiata e assistenza tecnologica. Ma la domanda che resta sospesa, nell’ottica degli osservatori internazionali, è fino a che punto questo scambio possa continuare senza che il regime nordcoreano ne esca politicamente indebolito, o senza che la Russia stessa si trovi a dover rispondere di un’alleanza sempre più costosa in termini di vite umane e credibilità.
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