
La bufera su Rocha Moya: accuse Usa, reazioni messicane e le incognite per il governo Sheinbaum
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha scelto di colpire al cuore del potere politico messicano: con un’incriminazione senza precedenti, resa nota mercoledì 29 aprile, il governatore dello Stato di Sinaloa Rubén Rocha Moya e altri nove tra funzionari in carica ed ex funzionari sono accusati di collusione con il Cartello di Sinaloa per il traffico di droga, in particolare di fentanyl, e detenzione di armi. L’atto d’accusa, depositato presso la Corte federale di Manhattan, si fonda sulle deposizioni di Ovidio e Joaquín Guzmán López – i figli di “El Chapo” – secondo i quali Rocha Moya sarebbe stato eletto nel 2021 proprio grazie all’appoggio della fazione dei “Chapitos”, che avrebbe rapito e intimidito gli avversari politici. In cambio, il governatore avrebbe garantito impunità e protetto le operazioni illecite dei clan, ricevendo milioni di dollari di tangenti.
La reazione di Città del Messico è stata immediata e ambivalente. Da un lato, il governo di Claudia Sheinbaum ha affidato alla Fiscalía General de la República (FGR) la valutazione della richiesta di estradizione, ma il portavoce Ulises Lara ha subito chiarito che i documenti trasmessi dall’ambasciata Usa “non contengono elementi di prova sufficienti” secondo la legge messicana. In ogni caso, la FGR ha avviato un’indagine interna e ha condizionato qualsiasi consegna all’esaurimento del procedimento di revoca dell’immunità (fuero) per i funzionari coinvolti. Lo stesso Rocha Moya, da Sinaloa, ha respinto “categoricamente” ogni accusa, definendola un attacco politico “alla Quarta Trasformazione” e ai suoi leader. Il partito Morena, al quale appartengono sia il governatore sia il senatore Enrique Inzunza Cázarez (anch’egli imputato), parla di una manovra orchestrata dall’amministrazione Trump per delegittimare il progetto progressista.
Da Washington la prospettiva è radicalmente diversa: l’accusa rappresenta un’importante vittoria per la lotta al narcotraffico e un avvertimento per ogni politico messicano tentato dal patteggiare con i cartelli. Gli analisti di Bruxelles osservano con attenzione la vicenda, perché incrocia i temi della sovranità giudiziaria e della cooperazione penale internazionale, questioni calde anche per l’Europa, dove l’Italia segue da vicino i precedenti in materia di estradizione e di bilanciamento tra autonomia statale e pressioni esterne. Intanto, l’FGR dovrà decidere se e quando procedere: il ritiro dell’immunità richiederebbe un voto del Congresso messicano, aprendo una crisi politica senza precedenti per il governo Sheinbaum, già messo alla prova dalle pressioni commerciali e migratorie di Trump. Con il cartello di Sinaloa dilaniato da una guerra interna tra le fazioni dei “Chapitos” e quella del “Mayo” Zambada (che in una lettera diffusa nei mesi scorsi aveva già accusato Rocha Moya di collusione), l’indignazione americana rischia di innescare un terremoto destinato a ridefinire i confini della sovranità tra Stati Uniti e Messico.
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