
Morte del giudice che ha condannato l'ex first lady: la Corea del Sud tra polarizzazione e crisi istituzionale
Un magistrato trovato senza vita dopo aver aggravato la pena a Kim Keon Hee. Intanto la corte riduce la condanna dell'ex premier Han Duck-soo.
Il corpo senza vita del giudice Shin Jong-o è stato rinvenuto all’alba di mercoledì su un’aiuola del complesso dell’Alta Corte di Seul. Aveva cinquantacinque anni, in tasca una lettera di scuse scritta a mano. La polizia non sospetta un movente criminale e segue la pista del suicidio. Shin Jong-o era il presidente del collegio d’appello che otto giorni prima aveva ribaltato la sentenza di primo grado nei confronti di Kim Keon Hee, moglie dell’ex presidente Yoon Suk Yeol, aumentando la sua condanna da venti mesi a quattro anni di carcere per manipolazione del mercato azionario e accettazione di regali di lusso. La sua morte improvvisa ha gettato un’ombra ulteriore su uno scenario politico già segnato da una polarizzazione senza precedenti.
La vicenda giudiziaria di Kim Keon Hee è solo un tassello di un mosaico più ampio, che ha al centro l’ex presidente Yoon Suk Yeol, destituito e condannato per tentato golpe dopo aver dichiarato la legge marziale il 3 dicembre 2024. Quell’ordine, rimasto in vigore appena sei ore, venne annullato dal voto dell’Assemblea nazionale, ma le sue conseguenze continuano a riverberarsi sulle istituzioni sudcoreane. Il 17 aprile, lo stesso giorno in cui Shin Jong-o emetteva la sentenza contro l’ex first lady, un altro tribunale riduceva da ventitré a quindici anni la pena inflitta all’ex primo ministro Han Duck-soo, riconosciuto colpevole di aver favorito il tentativo di insurrezione di Yoon. Han, che aveva assunto ad interim la presidenza dopo l’impeachment, è stato condannato anche per falsa testimonianza e distruzione di documenti ufficiali.
Da Bruxelles, gli analisti osservano con crescente inquietudine la fragilità delle garanzie democratiche in un Paese che l’Europa considera un partner strategico. La morte del giudice, proprio per la sua ambiguità, rischia di alimentare teorie del complotto e di minare ulteriormente la fiducia pubblica nella magistratura. Pechino, dal canto suo, segue con attenzione la crisi: l’instabilità politica a Seul potrebbe incidere sugli equilibri commerciali e sulla gestione delle tensioni nella penisola coreana. Per l’Italia e l’Europa, la vicenda suona come un ammonimento sui pericoli di una giustizia schiacciata tra pressioni politiche e contrapposizioni esasperate.
Ora il Paese si trova di fronte a un bivio. Da un lato, la riduzione della pena per Han Duck-soo potrebbe essere interpretata come un tentativo di pacificazione; dall’altro, la scomparsa del giudice Shin rischia di acuire lo scontro tra chi chiede un rinnovamento radicale e chi difende le vecchie élite. Sarà la capacità delle istituzioni di resistere a queste tensioni a determinare se la Corea del Sud saprà uscire dalla crisi senza che la giustizia ne esca definitivamente sfigurata.
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