
Costa Rica: Laura Fernández giura, ma l’ombra di Chaves resta. Mano dura e un carcere modello El Salvador
La successora di Chaves promette una svolta securitaria: riforma della giustizia e megacarcere. L’insediamento segna una continuità politica che divide il paese.
Laura Fernández ha giurato come nuova presidente del Costa Rica, ma il vero potere sembra ancora saldamente nelle mani del suo predecessore, Rodrigo Chaves. Una dinamica inedita per la più longeva democrazia dell’America centrale, che ha assistito alla cerimonia di insediamento con un misto di speranza e inquietudine. Davanti a una folla raccolta nello stadio nazionale di San José, Fernández ha promesso una guerra senza quartiere al narcotraffico e alla criminalità organizzata, evocando esplicitamente il modello delle mega-prigioni salvadoregne e annunciando la costruzione di uno dei più avanzati centri di videosorveglianza del pianeta. «La mia mano non tremerà», ha dichiarato, suscitando applausi ma anche le prime perplessità tra gli osservatori internazionali.
La cerimonia ha visto la partecipazione di numerose delegazioni straniere: tra queste, spiccava la presenza del presidente del parlamento marocchino, Rachid Talbi Alami, inviato personale di re Mohammed VI a testimoniare i solidi legami tra Rabat e San José. Un gesto diplomatico che rafforza la proiezione africana del Costa Rica, ma che passa quasi in secondo piano di fronte alle sfide interne. Dal punto di vista di Bruxelles, l’enfasi sulla mano dura desta preoccupazione.
Le politiche di sicurezza azzardate da Fernández, se da un lato rispondono a un’urgenza reale – il tasso di omicidi è ai massimi storici e le organizzazioni narcos infiltrate nelle istituzioni – dall’altro rischiano di erodere le garanzie costituzionali e i diritti umani, valori che il Costa Rica ha sempre incarnato. Per gli analisti latinoamericani, invece, la nuova presidente interpreta fedelmente la volontà popolare: la richiesta di ordine è trasversale in una società stremata dalla violenza. Nella sua ottica, la riforma giudiziaria annunciata – snellimento dei processi, aggravamento delle pene, limitazione della libertà provvisoria – potrebbe rappresentare l’unica via per restituire credibilità allo Stato.
Resta da capire quanto Fernández saprà emanciparsi dall’ex presidente Chaves, il quale, pur non ricoprendo più cariche pubbliche, continua a manovrare i fili del partito di governo e della maggioranza parlamentare. Per l’Italia e l’Europa, la vicenda costa ricana non è lontana. La regione centroamericana è un crocevia dei flussi di cocaina diretti nel Vecchio Continente, e il modello di sicurezza adottato da San José potrebbe diventare un referente – o un monito – per i governi europei tentati da soluzioni autoritarie.
Il primo banco di prova sarà la gestione delle carceri: se la nuova megacarcere resterà un simbolo di efficienza o si trasformerà in un emblema di repressione, lo diranno i prossimi mesi. Fernández ha scelto di giocare d’anticipo, promettendo trasparenza e controllo internazionale. Ma in un paese dove l’ex presidente resta l’ombra lunga del potere, la fiducia è merce rara.
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