
Tre omicidi in tre Paesi: la lunga scia di violenza nelle case
A Piacenza, Madrid e Hyderabad tre donne uccise in poche ore. Un marito confessa e tenta il suicidio, un altro viene arrestato, una domestica sospettata.
La chiamata ai carabinieri è arrivata nel pomeriggio di venerdì: «Venite, ho ucciso mia moglie». Poi il silenzio, e una fuga che si è conclusa ore dopo al cimitero di Piacenza, sulla tomba del figlio morto qualche anno fa. Hako Vitanov, 60 anni, cittadino macedone, è stato trovato dai militari mentre tentava di togliersi la vita. Poco prima, nel quartiere popolare di via Pastore, aveva accoltellato la moglie Milena, 56 anni, nell’appartamento al sesto piano dove vivevano con i figli. I soccorsi sono dovuti entrare dal balcone: la porta era chiusa. Il delitto, secondo la Procura, sarebbe maturato in un contesto di profondi dissidi familiari, un movente ancora da chiarire. Un episodio che si inserisce nella tragica frequenza dei femicidi in Italia, dove ogni anno decine di donne perdono la vita per mano del partner o ex partner, spesso dopo anni di violenze nascoste tra le mura domestiche.
A poche centinaia di chilometri, a Madrid, un altro omicidio ha scosso il distretto di Carabanchel. Una giovane di 22 anni è stata trovata riversa in strada, priva di sensi, con un forte trauma cranico. Poco dopo, gli agenti della Policia Nacional hanno arrestato il compagno, con l’accusa di omicidio. Le fonti investigative spagnole non hanno dubbi: si tratta di un caso di violenza machista, l’ennesimo in un Paese che dal 2003 tiene un registro ufficiale dei femicidi e cerca di contrastare un fenomeno radicato. Se a Piacenza il dramma si consuma tra le pareti di un’abitazione popolare, a Madrid la scena si sposta sulla pubblica via, ma la dinamica è la stessa: un uomo che uccide la donna con cui aveva una relazione.
Dall’Europa all’India, il filo rosso della violenza si allunga fino a Hyderabad, nel quartiere residenziale di Prashasan Nagar. Tanuja Ranjan, 62 anni, moglie di un ex alto ufficiale di polizia, è stata trovata morta nella sua villa, soffocata con un panno insanguinato infilato in bocca. Secondo le prime ricostruzioni, la responsabile sarebbe una domestica nepalese, impiegata da oltre un anno, fuggita con gioielli e denaro. Il marito, Vinay Ranjan Ray, 1986-batch dell’IPS, era in viaggio a Bengaluru. Le due figlie erano in casa al momento del delitto. Qui il movente sembra essere il furto, ma la brutalità del gesto richiama un’altra forma di violenza: quella che colpisce le donne nei luoghi che dovrebbero essere più sicuri, la loro casa. In India, i casi di aggressioni domestiche e omicidi legati a conflitti familiari o rapine restano una piaga, spesso sottostimata.
Tre storie, tre continenti, un unico denominatore: la vulnerabilità delle donne nello spazio privato. Secondo i dati delle Nazioni Unite, ogni anno circa 47.000 donne vengono uccise dal partner o da un familiare nel mondo; l’Italia e la Spagna si collocano nella media europea, mentre l’India registra numeri assoluti elevatissimi, anche se in calo negli ultimi anni. Ciò che accomuna questi episodi non è solo la violenza, ma la difficoltà di intercettarla prima che sia troppo tardi. A Piacenza, il marito chiama lui stesso le autorità, quasi a certificare l’inevitabilità del gesto; a Madrid, la vittima viene trovata in strada, sola; a Hyderabad, la fuga della sospettata apre uno scenario di impunità.
La risposta delle istituzioni appare frammentata. Bruxelles spinge per una direttiva europea sulla violenza di genere, che obblighi gli Stati membri a rafforzare la prevenzione e il sostegno alle vittime. Ma i numeri mostrano che le misure esistenti non bastano: i femicidi non diminuiscono in modo significativo. Gli analisti suggeriscono che occorra un cambio culturale profondo, che parta dall’educazione e dalla rottura del silenzio che circonda la violenza domestica. Intanto, in tre angoli diversi del mondo, tre donne hanno perso la vita per mano di chi diceva di amarle o di chi le conosceva. La prossima potrebbe essere dietro l’angolo.
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