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Società e Culturagiovedì 11 giugno 2026

Dalla Svezia una nuova offensiva contro il velo: il partito di estrema destra punta al bando totale

I Democratici Svedesi propongono di vietare ogni velo islamico nello spazio pubblico, dal burqa alla hijab, invocando l’emancipazione femminile e riaccendendo il dibattito sulla laicità in Europa.

I Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna) hanno avanzato una proposta che segna un’ulteriore stretta sui simboli religiosi nello spazio pubblico: il bando totale dei veli islamici, abbracciando non solo i copricapi integrali come burqa e niqab, ma anche la hijab, il velo che lascia scoperto il volto. La mossa rappresenta un salto di qualità rispetto alla precedente posizione del partito di destra nazionalista, che già chiedeva di proibire i veli integrali. A giustificare l’iniziativa, Sara Gille, portavoce per le questioni di parità di genere e di onore, ha dichiarato che «molte ragazze e donne sono costrette a indossare questi indumenti, che in molti contesti sono un simbolo di controllo e subordinazione femminile». Parole che ricalcano un’argomentazione sempre più diffusa tra i movimenti sovranisti europei: la lotta al patriarcato islamico come vessillo di modernità. Gille ha aggiunto che le donne che desiderano portare il velo «possono andare in altri Paesi dove è consentito», suscitando immediate reazioni da parte delle comunità musulmane e delle associazioni per i diritti civili.

L’iniziativa dei Democratici Svedesi si inserisce in un contesto politico in rapida evoluzione, in cui il partito, pur non essendo al governo, esercita un’influenza crescente sul dibattito pubblico. La Svezia, storicamente aperta all’immigrazione, ha visto un irrigidimento delle politiche di integrazione, e la proposta sul velo sembra ricalcare un trend già consolidato in altri Paesi europei. La Francia ha vietato i simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche dal 2004 e il velo integrale dal 2011; il Belgio, la Danimarca e l’Austria hanno seguito percorsi analoghi. In Italia, la questione è periodicamente al centro dello scontro politico: la Lega ha più volte proposto di estendere il divieto del burqa già in vigore in alcune regioni, mentre il dibattito sulla laicità dello Stato si intreccia con la gestione dei flussi migratori. Secondo osservatori nordici, la radicalizzazione della destra svedese potrebbe accelerare un riallineamento delle forze politiche, spingendo anche i partiti moderati su posizioni più restrittive per non perdere consensi.

La proposta solleva interrogativi di non poco conto sul piano giuridico e culturale. La stessa Gille ha riconosciuto che la compatibilità del divieto con la libertà religiosa dovrà essere esaminata da un’apposita commissione. In molti ordinamenti europei, la Corte di Strasburgo ha finora adottato un approccio cauto, lasciando ampio margine agli Stati ma richiedendo un equilibrio tra sicurezza, ordine pubblico e diritti individuali. In Svezia, le reazioni non si sono fatte attendere: esponenti della società civile e rappresentanti di fedi religiose hanno denunciato una deriva discriminatoria, mentre alcuni editorialisti progressisti avvertono che una simile misura rischierebbe di alimentare stigmatizzazione e marginalizzazione, allontanando l’obiettivo di una reale emancipazione.

Guardando al futuro, è probabile che la proposta dei Democratici Svedesi infiammi la campagna elettorale in vista delle prossime consultazioni, diventando un tema di scontro identitario. Al di là delle Alpi, il dibattito svedese potrebbe offrire nuova linfa agli schieramenti sovranisti che, da Roma a Parigi, coltivano il sogno di un’Europa blindata contro l’«invasione culturale». Resta da vedere se la strada del divieto totale, finora mai percorsa in un Paese scandinavo, troverà una traduzione normativa in grado di reggere il vaglio delle corti, oppure si risolverà in una mossa propagandistica destinata a infrangersi contro i principi di libertà sanciti dalle Costituzioni europee.

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giovedì 11 giugno 2026

Dalla Svezia una nuova offensiva contro il velo: il partito di estrema destra punta al bando totale

I Democratici Svedesi propongono di vietare ogni velo islamico nello spazio pubblico, dal burqa alla hijab, invocando l’emancipazione femminile e riaccendendo il dibattito sulla laicità in Europa.

I Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna) hanno avanzato una proposta che segna un’ulteriore stretta sui simboli religiosi nello spazio pubblico: il bando totale dei veli islamici, abbracciando non solo i copricapi integrali come burqa e niqab, ma anche la hijab, il velo che lascia scoperto il volto. La mossa rappresenta un salto di qualità rispetto alla precedente posizione del partito di destra nazionalista, che già chiedeva di proibire i veli integrali. A giustificare l’iniziativa, Sara Gille, portavoce per le questioni di parità di genere e di onore, ha dichiarato che «molte ragazze e donne sono costrette a indossare questi indumenti, che in molti contesti sono un simbolo di controllo e subordinazione femminile». Parole che ricalcano un’argomentazione sempre più diffusa tra i movimenti sovranisti europei: la lotta al patriarcato islamico come vessillo di modernità. Gille ha aggiunto che le donne che desiderano portare il velo «possono andare in altri Paesi dove è consentito», suscitando immediate reazioni da parte delle comunità musulmane e delle associazioni per i diritti civili.

L’iniziativa dei Democratici Svedesi si inserisce in un contesto politico in rapida evoluzione, in cui il partito, pur non essendo al governo, esercita un’influenza crescente sul dibattito pubblico. La Svezia, storicamente aperta all’immigrazione, ha visto un irrigidimento delle politiche di integrazione, e la proposta sul velo sembra ricalcare un trend già consolidato in altri Paesi europei. La Francia ha vietato i simboli religiosi ostentatori nelle scuole pubbliche dal 2004 e il velo integrale dal 2011; il Belgio, la Danimarca e l’Austria hanno seguito percorsi analoghi. In Italia, la questione è periodicamente al centro dello scontro politico: la Lega ha più volte proposto di estendere il divieto del burqa già in vigore in alcune regioni, mentre il dibattito sulla laicità dello Stato si intreccia con la gestione dei flussi migratori. Secondo osservatori nordici, la radicalizzazione della destra svedese potrebbe accelerare un riallineamento delle forze politiche, spingendo anche i partiti moderati su posizioni più restrittive per non perdere consensi.

La proposta solleva interrogativi di non poco conto sul piano giuridico e culturale. La stessa Gille ha riconosciuto che la compatibilità del divieto con la libertà religiosa dovrà essere esaminata da un’apposita commissione. In molti ordinamenti europei, la Corte di Strasburgo ha finora adottato un approccio cauto, lasciando ampio margine agli Stati ma richiedendo un equilibrio tra sicurezza, ordine pubblico e diritti individuali. In Svezia, le reazioni non si sono fatte attendere: esponenti della società civile e rappresentanti di fedi religiose hanno denunciato una deriva discriminatoria, mentre alcuni editorialisti progressisti avvertono che una simile misura rischierebbe di alimentare stigmatizzazione e marginalizzazione, allontanando l’obiettivo di una reale emancipazione.

Guardando al futuro, è probabile che la proposta dei Democratici Svedesi infiammi la campagna elettorale in vista delle prossime consultazioni, diventando un tema di scontro identitario. Al di là delle Alpi, il dibattito svedese potrebbe offrire nuova linfa agli schieramenti sovranisti che, da Roma a Parigi, coltivano il sogno di un’Europa blindata contro l’«invasione culturale». Resta da vedere se la strada del divieto totale, finora mai percorsa in un Paese scandinavo, troverà una traduzione normativa in grado di reggere il vaglio delle corti, oppure si risolverà in una mossa propagandistica destinata a infrangersi contro i principi di libertà sanciti dalle Costituzioni europee.

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