
Dieci anni di carcere e multe da dieci milioni: la stretta saudita per il Hajj
La minaccia più severa arriva dall'autorità saudita per la sicurezza alimentare: fino a dieci anni di reclusione e una multa di dieci milioni di riyal, equivalenti a circa due milioni e mezzo di euro, per chi durante il prossimo Hajj produrrà o immagazzinerà alimenti senza regolare licenza. Una misura senza precedenti che, secondo gli analisti di Riyadh, intende proteggere la salute di milioni di pellegrini in un contesto logistico già estremamente complesso. La Saudi Food and Drug Authority ha annunciato una tolleranza zero, con controlli capillari su fabbriche e magazzini, e ha ricordato che i prodotti non possono essere stoccati al di fuori degli impianti autorizzati.
A completare il quadro di una stagione sacra blindata intervengono le restrizioni all'accesso alla Mecca. Dal 19 aprile solo sei categorie di persone – titolari di residenza premium, investitori, cittadini del Consiglio di Cooperazione del Golfo, madri non saudite di cittadini sauditi, familiari e collaboratori domestici – possono ottenere un permesso elettronico attraverso la piattaforma Absher. Per tutti gli altri, residenti compresi, l’ingresso è vietato. Parallelamente, il ministero dell’Interno ha stabilito multe fino a centomila riyal per chi ospita o nasconde titolari di visto turistico all’interno del perimetro della città santa, con sanzioni moltiplicate in base al numero di individui coinvolti. Le misure sono in vigore dal primo dhul qa‘da, corrispondente al 19 aprile, fino al quattordicesimo dhul hijja, a conclusione del pellegrinaggio.
Secondo gli osservatori europei, queste norme riflettono la volontà di Riad di gestire con pugno di ferro un evento che richiama ogni anno oltre due milioni di fedeli, in un momento in cui l’Arabia Saudita cerca di diversificare la propria economia puntando anche sul turismo religioso. L’inasprimento delle pene, con particolare attenzione alla filiera alimentare, sembra ispirato agli standard internazionali di sicurezza, ma anche a un’esigenza di ordine pubblico: evitare assembramenti non autorizzati e garantire che ogni pellegrino sia tracciabile. L’ottica di Bruxelles sottolinea come la deterrenza penale, combinata a severe ammende, rappresenti un cambio di passo rispetto agli anni precedenti.
Per l’Italia e l’Europa, la posta in gioco è duplice. Da un lato, la comunità musulmana italiana – stimata in oltre un milione e mezzo di persone – ogni anno invia migliaia di pellegrini alla Mecca, che dovranno ora destreggiarsi tra permessi e regole più stringenti. Dall’altro, l’industria alimentare europea, che esporta prodotti halal verso il Regno, potrebbe essere chiamata a certificare con maggior rigore la propria conformità alle nuove normative. Le aziende italiane del settore, già presenti sul mercato saudita, monitorano con attenzione gli sviluppi, consapevoli che una violazione potrebbe avere conseguenze penali per i distributori locali.
In prospettiva, ciò che colpisce è la progressiva militarizzazione della logistica del Hajj. Se da un lato le autorità saudite investono in tecnologia e infrastrutture per accogliere sempre più fedeli – dai treni ad alta velocità ai sistemi di crowd management – dall’altro moltiplicano le barriere amministrative e penali. L’ottica di Pechino, che guarda con interesse al modello saudita di gestione di masse in movimento, potrebbe trovare in queste norme un precedente per eventi di simile portata. Ma per ora, per chi intende compiere il pellegrinaggio, la parola d’ordine è una sola: rispetto rigoroso delle regole, pena il carcere.
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