
E-bike, strage silenziosa: l’Europa scopre il lato oscuro della mobilità elettrica
Quasi una vittima su due tra i ciclisti morti sulla strada viaggiava su una bicicletta a pedalata assistita. È il dato più crudo e sorprendente che emerge dalle statistiche tedesche sugli incidenti del 2025: 462 persone hanno perso la vita in sella, il 3,8 per cento in più dell’anno precedente, e di queste 217 spingevano sui pedali di un’e-bike. La cifra segna un’impennata del 20,6 per cento rispetto a dieci anni prima e rivela una frattura generazionale profonda: oltre il sessanta per cento delle vittime ha più di sessantacinque anni. Morire pedalando, nella Germania dei fiumi di biciclette, non è più una fatalità giovanile ma un rischio concentrato sulla terza età.
Il fenomeno non è isolato. In Svizzera, dove gli esperti della sicurezza stradale dell’Astra hanno analizzato le tendenze di lungo periodo, il bilancio è ancora più netto. Dal 2011, anno in cui le e-bike compaiono per la prima volta nelle rilevazioni, le morti tra i ciclisti sono aumentate del trenta per cento, i feriti gravi del cinquanta. L’accelerazione silenziosa del mezzo elettrico coglie impreparato chi, abituato a velocità modeste, si trova a gestire masse e inerzie maggiori su strade promiscue o su piste ciclabili progettate decenni fa. E la Svizzera, ricordano da Berna, è uno dei pochi Paesi europei a registrare una crescita dei decessi a due ruote, mentre altrove le curve scendevano.
Dall’altra sponda dell’Atlantico giunge invece un segnale diverso. Negli Stati Uniti, patria di un’epidemia silenziosa di mortalità pedonale, il 2024 ha visto un calo dell’undici per cento delle vittime a piedi. Un miglioramento accolto con sollievo dagli urbanisti di Washington e New York, che lo attribuiscono a programmi locali di traffic calming, riprogettazione degli incroci e riduzione dei limiti di velocità in alcuni centri metropolitani. Eppure il contesto americano rimane da allarme rosso: i pedoni statunitensi vengono uccisi dalle auto a un tasso tre volte superiore a quello canadese, quattro volte quello britannico e australiano, tredici volte quello norvegese. L’ottimismo, insomma, è cosa relativa.
L’Europa osserva questi due andamenti con un misto di preoccupazione e autocritica. Secondo gli analisti di Bruxelles, la diffusione delle e-bike è un asse portante della transizione ecologica dei trasporti urbani, ma manca ancora un quadro comune di sicurezza. L’Italia, in particolare, rappresenta un osservato speciale: il mercato delle due ruote elettriche è esploso anche nella Penisola, con quasi trecentomila pezzi venduti in un anno, ma le infrastrutture ciclabili delle nostre città restano frammentarie e spesso condivise con il traffico automobilistico. Se il modello tedesco e svizzero è un monito, il rischio che si replichi anche a Roma o Milano è concreto.
La partita è politica e culturale. Da Berlino a Berna si discute di introdurre l’obbligo del casco per tutti i ciclisti, con particolare attenzione agli utenti di e-bike, e di corsi di familiarizzazione per gli over sessanta. La Commissione europea potrebbe accelerare l’adozione di standard armonizzati per la velocità massima assistita e la resistenza dei telai, ma ogni misura si scontra con le resistenze di una cultura ciclistica che diffida delle regole calate dall’alto. La mobilità dolce, sospesa tra promessa ambientale e fragilità umana, si avvia a una fase di maturità regolatoria. Perché pedalare, che sia a spinta umana o elettrica, resti un gesto di libertà e non un azzardo.
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