
Fisco e lavoro: tra Mosca e Washington, i segnali di una crisi strutturale
Il dato che più colpisce, nell'incrocio tra le cronache economiche di Russia e Stati Uniti, non è la cifra in sé, ma la direzione che indica: i debiti fiscali delle grandi imprese russe sono cresciuti del 47% in un anno, raggiungendo 156 mila aziende con ricavi superiori ai due miliardi di rubli. Secondo gli analisti di Mosca, il fenomeno non riguarda più solo le società fantasma o inattive, ma colpisce il tessuto produttivo reale: le piccole e medie imprese registrano aumenti tra il 7 e il 35 per cento, mentre le microimprese vedono una lieve contrazione. È come se il sistema fiscale, stretto tra le esigenze belliche e la stagnazione interna, stesse cominciando a soffocare proprio chi ancora lavora.
Parallelamente, il mercato del lavoro russo mostra segni di cedimento strutturale. I dati di Rostrud, discussi in sede di commissione tripartita, parlano di un incremento del 43 per cento nelle intenzioni di licenziamento rispetto allo scorso giugno, con oltre 105 mila lavoratori a rischio. Le aree più colpite sono Mosca, l'oblast' di Omsk, Irkutsk e Krasnojarsk, a conferma di una crisi che non risparmia i centri industriali storici. E mentre la disoccupazione pianificata sale, la manifattura invecchia: la quota di under trenta nel settore è crollata dal 22 al 12 per cento in dieci anni, mentre gli over sessanta sono aumentati del 60 per cento. Secondo gli esperti di VNII Truda, per sostituire i pensionati entro il 2029 serviranno 1,4 milioni di persone, e per una crescita anche modesta ne occorreranno almeno 1,5 milioni in più, a meno che la produttività non acceleri di 5,5 volte. Una prospettiva improbabile in un'economia che destina risorse sempre più scarse al fronte ucraino.
Dall'altra parte dell'Atlantico, il fisco americano subisce un ridimensionamento altrettanto emblematico. L'Internal Revenue Service ha perso il 27 per cento del personale tra gennaio e dicembre 2025, scendendo a 74 mila addetti, il livello più basso dell'era moderna. La richiesta di bilancio per il 2027 proposta dall'amministrazione Trump prevede un ulteriore taglio di 4 mila posti, con una riduzione complessiva dei fondi discrezionali di 1,4 miliardi di dollari. La sorveglianza fiscale e il supporto tecnologico subirebbero un taglio del 18 per cento, mentre i servizi ai contribuenti vedrebbero un lieve aumento. L'ottica di Washington è chiara: meno burocrazia, più efficienza. Ma secondo gli osservatori di Bruxelles, questa strategia rischia di indebolire la capacità di contrasto all'evasione proprio mentre le economie occidentali cercano di recuperare gettito per finanziare transizione digitale e difesa.
Per l'Italia e l'Europa, il quadro è un monito. La simultanea pressione fiscale sulle imprese in Russia e lo smantellamento dell'apparato ispettivo negli Stati Uniti disegnano due modelli opposti, entrambi insostenibili: l'uno soffoca il produttore, l'altro rinuncia al controllore. In mezzo, l'Unione europea cerca di mantenere un equilibrio tra competitività e giustizia fiscale, ma l'invecchiamento della forza lavoro manifatturiera è un problema comune, come dimostrano i dati russi. Se Mosca dovrà scegliere se tassare o far crescere, e Washington se tagliare o investire, a Bruxelles incombe la sfida di non ripetere gli errori di entrambe, magari riscoprendo che un fisco efficiente e un lavoro giovane sono le due facce della stessa resilienza.
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