
Per la prima volta in dieci anni calano gli sfollati globali, ma le cifre restano allarmanti
Il rapporto annuale dell'UNHCR registra 117,8 milioni di persone in fuga da conflitti e violenze, con un calo di 5,4 milioni rispetto al 2024, mentre le Americhe si confermano epicentro della crisi.
Per la prima volta nell’ultimo decennio, il numero di persone costrette a lasciare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni e violenze è diminuito, attestandosi a 117,8 milioni alla fine del 2025. Lo ha comunicato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), sottolineando un calo di 5,4 milioni rispetto all’anno precedente. Secondo gli analisti di Ginevra, dietro questa flessione c’è un’impennata senza precedenti dei rimpatri: 4,4 milioni di rifugiati che hanno attraversato le frontiere e 10,3 milioni di sfollati interni hanno intrapreso il viaggio di ritorno, spesso verso contesti ancora instabili. Eppure, avverte l’agenzia, i livelli restano «inaccettabilmente alti» e impongono un’azione internazionale più incisiva per risolvere le crisi che intrappolano milioni di persone in esili prolungati.
Il quadro, però, è profondamente disomogeneo. L’America si conferma la regione con il più alto numero di spostamenti forzati al mondo: 22,8 milioni di persone, trainate dalle emergenze in Haiti, Nicaragua, nel nord dell’America Centrale, in Colombia e in Venezuela. Fonti latinoamericane evidenziano come proprio la Colombia sia diventata il primo Paese di accoglienza globale, con 2,8 milioni di rifugiati e bisognosi di protezione internazionale. Per Bruxelles, che osserva con apprensione le rotte migratorie verso il Mediterraneo, il continente americano funge da monito: le soluzioni non possono limitarsi al contenimento esterno, ma devono affrontare le radici delle crisi.
Uno sguardo all’Africa orientale rivela dinamiche altrettanto complesse. In Kenya, un censimento governativo aggiornato al 2025 mostra un crollo della popolazione di strada, passata da oltre 46.000 a circa 18.000 unità in sette anni. Nairobi, Nakuru e Mombasa restano le città con le concentrazioni maggiori, ma a preoccupare è la condizione delle donne, che pur rappresentando solo il 21,4% del totale, subiscono un carico sproporzionato di violenze e marginalità. Il governo kenyoto, attraverso il Ministero per il Genere e i Servizi all’Infanzia, ha ribadito l’impegno a rafforzare i programmi di reinserimento, sebbene le risorse restino limitate. È un fenomeno locale, ma specchio di come le diseguaglianze di genere si intreccino con la vulnerabilità abitativa anche in contesti non bellici.
Esempi di movimenti forzati, o solo apparentemente volontari, si moltiplicano anche lungo le rotte asiatiche. La diplomazia di Teheran e il governo talebano hanno annunciato il trasferimento di 408 detenuti afghani verso l’Afghanistan, nell’ambito di un accordo che prevede lo screening di oltre 2.000 persone. Ufficialmente si parla di “rimpatrio”, ma osservatori regionali avvertono che molti di questi spostamenti avvengono senza le necessarie garanzie di sicurezza. Nel frattempo, l’UNHCR sottolinea che le persone che rimpatriano lo fanno spesso per disperazione, non perché le condizioni nei luoghi di origine siano migliorate. Il rapporto di quest’anno lancia un allarme: senza investimenti nella ricostruzione post-conflitto, il calo delle cifre globali – accolto con sollievo da molti governi – potrebbe rivelarsi solo una tregua statistica.
Per l’Italia e l’Europa, i numeri dell’UNHCR rappresentano una provocazione. Se da un lato la riduzione degli sfollati potrebbe allentare le pressioni migratorie alle frontiere, dall’altro segnala che il mondo sta fallendo nel garantire soluzioni durature. Come indicato dalle Nazioni Unite, servono politiche che affrontino «le cause alla radice» delle fughe, dalla povertà estrema ai conflitti congelati. Solo così si potrà evitare che il 2025 venga ricordato non come un punto di svolta, ma come l’anno in cui la comunità internazionale ha scambiato il disincanto per progresso.
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | +0.20 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | −0.10 | neutral |
La Colombia è diventata il paese con la più alta popolazione di rifugiati stranieri, mentre gli sfollamenti forzati restano una delle conseguenze più gravi dei conflitti globali. Entro la fine del 2025, oltre 117 milioni di persone erano state costrette alla fuga, sottolineando la portata persistente della sfida umanitaria.
Il numero di rifugiati nel mondo è diminuito del 3% nel 2025, segnando il primo calo dei trasferimenti forzati in dieci anni. Tuttavia, il rapporto delle Nazioni Unite avverte che le cifre complessive rimangono inaccettabilmente elevate, anche se i rimpatri sono aumentati con 14,7 milioni di persone tornate a casa.
L'ONU ha riferito che il numero di profughi forzati nel mondo è diminuito nel 2025 per la prima volta in dieci anni, anche se il livello di sfollamento prolungato rimane allarmantemente alto. Tra i 41,6 milioni di rifugiati, sei milioni sono palestinesi, mentre 14,7 milioni di sfollati sono tornati a casa, con un aumento del 50% rispetto all'anno precedente.
Allarga lo sguardo
Il Senato Usa approva sanzioni dure contro Mosca e Teheran, ora la Camera
10 lingue · 36 testate
Da Economy & MarketsDazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese
4 lingue · 16 testate
Da TechnologyWhatsApp ridisegna i gruppi: scadenza nei sondaggi, menzione @tutti e creazione istantanea
2 lingue · 9 testate