
Gioventù e social: dal Giappone alla Florida, le nuove frontiere della devianza
Dagli assassini teenager giapponesi ai divieti svedesi, fino agli sceriffi Usa: la sfida globale di educare tra schermi e criminalità.
Dalla prefettura di Tochigi arriva un caso che ha scosso il Giappone e riacceso i riflettori sul fenomeno “tokuryū”, le bande quasi-criminali che prosperano sull’anonimato e l’assenza di struttura gerarchica. Sei persone sono state arrestate per l’omicidio di una donna di 69 anni, uccisa a coltellate dopo un furto in casa: quattro sedicenni, esecutori materiali, e una giovane coppia, sospettata di aver coordinato l’azione su mandato di membri più anziani delle “tokuryū”. Secondo gli analisti di Tokyo, questo modus operandi mostra come i gruppi criminali si stiano adattando alla repressione poliziesca, reclutando minori via social media proprio per la loro intercambiabilità e la minore esposizione a pene severe.
A migliaia di chilometri di distanza, in Svezia, il dibattito sulla devianza giovanile legata agli schermi assume toni diversi ma ugualmente urgenti. L’imminente divieto dei telefoni nelle scuole, accolto con sollievo da molti genitori, rischia di essere solo un palliativo, sostengono numerose voci critiche. “Mio figlio ha TikTok sul computer scolastico”, racconta una madre, riassumendo il paradosso svedese: i tablet e i laptop forniti dall’istituto permettono l’accesso illimitato a Snapchat e TikTok durante le ricreazioni e a casa, rendendo vani i controlli in classe. Il materiale didattico è online, ma la tentazione del click è sempre a portata di dito, rendendo lo studio focalizzato una sfida quotidiana per molti adolescenti.
Negli Stati Uniti, l’attenzione si concentra sulle “teen takeover”, flash mob violenti in centri commerciali e ristoranti promossi su TikTok. Lo sceriffo della contea di Polk, in Florida, Grady Judd, ha lanciato un avvertimento senza precedenti: “Se non tenete a bada i vostri figli, vi arresteremo”, ha dichiarato in un video divenuto virale. La minaccia, rivolta ai genitori, è al contempo penale e civile: una linea dura che riflette l’esasperazione di molte comunità americane di fronte a comportamenti che sembrano sfuggire a ogni controllo sociale tradizionale.
In questa mappa globale di sfide, l’Italia e l’Europa non sono immuni. Il modello giapponese delle “tokuryū”, con il suo reclutamento di minori in rete, trova eco nelle cronache italiane di baby gang e reati commessi da under 18 istigati sui social. La questione svedese del “doppio schermo” (telefono a scuola, computer a casa) è familiare ai genitori italiani, alle prese con dispositivi forniti dalla didattica a distanza. E le minacce dello sceriffo Judd, se pure lontane, riecheggiano il dibattito sulla responsabilità genitoriale nei confronti della vita digitale dei figli. Forse la strada non è né il divieto assoluto né la tolleranza passiva, ma un patto educativo rinnovato tra scuola, famiglia e istituzioni, capace di tenere il passo con l’evoluzione tecnologica senza criminalizzare né i ragazzi né i loro dispositivi.
| Stampa giapponese-coreana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
I media giapponesi inquadrano l'omicidio di Tochigi come parte del fenomeno tokuryū, dove i social media vengono usati per reclutare teenager per crimini gravi. Sottolineano le contromisure della polizia ma anche l'adattamento dei gruppi criminali, con un tono pragmatico ma allarmato.
La copertura nordica evidenzia i limiti del divieto dei telefoni a scuola, poiché i bambini usano ancora TikTok sui computer scolastici. Esprime frustrazione e scetticismo dei genitori verso le misure attuali, chiedendo restrizioni più ampie sul tempo schermo.
La copertura statunitense è conflittuale: le forze dell'ordine minacciano direttamente genitori e adolescenti per i 'teen takeover' su TikTok. La tendenza è presentata come una crisi di ordine pubblico che richiede una severa responsabilità e un'immediata repressione.
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