
Inflazione a luglio: Cina rallenta, Argentina accelera, pressioni su rupia e toman
I dati di luglio mostrano un quadro globale divergente: Pechino registra un rallentamento, Buenos Aires un'accelerazione stagionale, mentre Giakarta e Teheran affrontano tensioni valutarie e fiscali.
In Cina, l'inflazione al consumo a luglio è scesa allo 0,5% su base annua, il dato più basso da gennaio e inferiore all'0,8% atteso dagli analisti intervistati da Bloomberg. Anche i prezzi alla produzione hanno rallentato, passando dal 4,1% di giugno al 3,5%, al di sotto delle previsioni. Il rallentamento riflette la debolezza della domanda interna, che resta il nodo centrale per l'economia di Pechino, nonostante il boom delle esportazioni e dei settori ad alta tecnologia.
In Argentina, l'inflazione nella capitale è tornata ad accelerare a luglio, attestandosi al 2,9% dopo essere scesa a giugno sotto il 2% per la prima volta da agosto 2025. L'aumento è stato trainato da fattori stagionali legati alle vacanze invernali, con rincari particolari nei servizi turistici e nei biglietti aerei. A livello nazionale, le stime indicano un'inflazione intorno al 2%: secondo l'ultimo rilevamento delle aspettative di mercato del Banco Central, la previsione per luglio è del 2%, mentre l'economista Sebastián Menescaldi la colloca intorno al 2,2%, sottolineando l'impatto dell'aumento delle verdure, che a luglio hanno segnato circa il 9% su base mensile. Menescaldi prevede che l'inflazione si mantenga in media intorno al 2% nel prossimo semestre, con un indice che potrebbe chiudere l'anno intorno al 30%.
In Indonesia, la pressione sul rupiah resta elevata: l'assunzione di cambio nel bilancio è fissata a 16.500 rupie per dollaro, ma i tassi di mercato oscillano tra 17.900 e 18.000. L'economista Rahma Gafmi dell'Università Airlangga avverte che una deviazione così ampia rispetto ai fondamentali rischia di erodere i margini delle industrie manifatturiere, dipendenti da materie prime importate, e di tradursi in tagli di ore lavorative o licenziamenti nei settori ad alta intensità di lavoro. Gafmi sottolinea la necessità di interventi coordinati tra banca centrale e politica fiscale per evitare una crisi di potere d'acquisto e disoccupazione strutturale.
In Iran, l'inflazione annuale ha raggiunto il 66%, il livello più alto da 80 anni, secondo i dati citati dall'analista politico-economico Mohammad Taghi Fayyazi. Intervistato da Khabar Online, Fayyazi prevede che il dollaro supererà i 200.000 toman (equivalenti a 2 milioni di rial) entro fine anno, spinto dal blocco navale che ha ridotto le vendite di petrolio e dal crescente deficit di bilancio, spesso finanziato con prestiti bancari. L'analista non esclude che, in caso di un nuovo shock valutario, l'inflazione annua possa superare il 100%.
Nei prossimi giorni, due appuntamenti saranno cruciali: la pubblicazione dell'indice dei prezzi al consumo nazionale argentino da parte dell'Indec, prevista per giovedì, e la presentazione della Nota Keuangan in Indonesia, che dovrà chiarire le assunzioni macroeconomiche per il prossimo anno, incluso il tasso di cambio.
| Stampa sud-est asiatica | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.30 | aligned |
| Stampa iraniana e affini | −0.80 | critical |
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
Pechino deve abbandonare il modello basato sugli investimenti e liberare i consumi interni; l'inflazione bassa è un campanello d'allarme, non un sollievo.
Presentando l'inflazione bassa come sintomo di un fallimento strutturale anziché come successo macroeconomico, il blocco naturalizza la necessità di un riorientamento delle politiche.
Omette il ruolo del calo dei prezzi del petrolio dovuto alla guerra in Iran nel contenere l'inflazione globale, che il blocco atlantico evidenzia.
L'allentamento dello shock petrolifero è ciò che conta; l'inflazione bassa in Cina è solo un risultato passivo delle forze globali.
Attribuendo i dati sull'inflazione allo shock petrolifero della guerra in Iran, il blocco rende i fattori geopolitici la lente primaria, distogliendo l'attenzione dalle questioni della domanda interna.
Omette le debolezze strutturali nei consumi cinesi e l'impatto sociale dell'inflazione in Argentina, concentrandosi esclusivamente sull'effetto del prezzo del petrolio.
La nostra inflazione non è un fenomeno naturale; è un'arma di guerra contro la nostra nazione.
Giustapponendo l'inflazione relativamente mite di altri mercati emergenti con il tasso estremo dell'Iran, il blocco crea una narrazione di eccezionale vittimismo e responsabilità esterna.
Omette che anche altri mercati emergenti affrontano l'inflazione, sebbene più bassa, e qualsiasi discussione sui fallimenti delle politiche interne.
Il rallentamento è fragile; dobbiamo osservare i dati mensili e proteggere il potere d'acquisto delle famiglie.
Concentrandosi sui dati locali e sugli effetti stagionali, il blocco inquadra l'inflazione come una questione domestica gestibile, non una crisi globale.
Omette il contesto globale dei prezzi del petrolio e il rallentamento della Cina, che potrebbero influenzare il settore estero argentino.
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