
Guerra fredda dell'AI: Washington accusa, Pechino replica e blinda le startup
L’escalation più significativa degli ultimi giorni non è avvenuta davanti a una commissione parlamentare né sui server di una multinazionale, ma in una circolare diplomatica riservata. Secondo quanto riportato da agenzie e organi di stampa internazionali, il Dipartimento di Stato americano ha inviato una nota a tutte le ambasciate e ai consolati, ordinando ai diplomatici di sollevare presso i governi ospitanti l’allarme sul presunto «estrazione e distillazione» di modelli americani di intelligenza artificiale da parte di aziende cinesi. Nel mirino, in particolare, sono finite le startup DeepSeek – che proprio nei giorni scorsi ha lanciato un nuovo modello – Minimax e Moonshot AI, accusate di replicare proprietà intellettuali sviluppate nei laboratori statunitensi. È una mossa che segna un salto di qualità nella contesa tecnologica tra le due superpotenze, spostandola dal terreno delle sanzioni commerciali a quello della pressione diplomatica globale.
La tecnica contestata, la cosiddetta «distillazione», è un metodo ampiamente diffuso nella ricerca: un modello «studente» più piccolo ed economico viene addestrato sugli output di un «maestro» più avanzato, spesso proprietario, per emularne le capacità senza sostenere i costi di addestramento originali. Helen Toner, interim executive director del Center for Security and Emerging Technology dell’Università di Georgetown, lo ha spiegato nei giorni scorsi in un’audizione al Senato degli Stati Uniti, sottolineando come la pratica consenta di replicare prestazioni competitive a una frazione del costo. Da Washington, il consulente tecnologico della Casa Bianca Michael Kratsios ha rincarato la dose, sostenendo che le evidenze raccolte dimostrerebbero un utilizzo nascosto e su larga scala di modelli americani da parte di entità cinesi a proprio vantaggio.
Da Pechino la replica è stata netta e speculare. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Gu Jiachun, ha respinto le accuse definendole «prive di qualsiasi fondamento» e parte di una «campagna diffamatoria contro i successi dell’industria cinese dell’intelligenza artificiale». L’ottica cinese inquadra l’offensiva statunitense come una mossa protezionistica per frenare la scalata competitiva del proprio ecosistema tech. Non solo retorica, però: secondo indiscrezioni della Bloomberg rilanciate da più fonti, le autorità di regolamentazione cinesi, inclusa la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, avrebbero iniziato a istruire alcune aziende private – tra cui Moonshot AI, Stepfun e la stessa ByteDance, proprietaria di TikTok – a respingere investimenti americani in nuovi round finanziari senza una preventiva e chiara autorizzazione governativa. È un arroccamento che intende schermare i gioielli nazionali dalla dipendenza di capitale straniero proprio mentre la pressione diplomatica aumenta.
Agli occhi degli analisti di Bruxelles, queste mosse e contromosse rischiano di accelerare una decoupling tecnologico che l’Europa osserva con preoccupazione. L’Unione, già impegnata a definire il proprio quadro normativo con l’AI Act, si trova nella scomoda posizione di importatrice di innovazione da entrambe le sponde dell’Atlantico e del Pacifico. L’irrigidimento statunitense e la parallela chiusura cinese potrebbero tradursi, per le aziende europee, in una minore accessibilità a modelli di frontiera e in una crescente pressione a sviluppare filiere autonome. Sul fronte italiano, dove le startup del settore stanno muovendo i primi passi nel campo dei modelli linguistici in lingua italiana, una frammentazione dell’offerta globale potrebbe offrire spazi di nicchia ma anche esporre a rincari tecnologici e a una dipendenza strategica difficile da colmare in tempi brevi.
Nel breve termine, la stretta americana potrebbe tuttavia innescare un effetto collaterale inatteso: un rapido scossone nel mercato cinese dell’intelligenza artificiale. Diversi osservatori internazionali, citati dalla stampa asiatica, prevedono che l’inasprimento delle azioni contro la distillazione potrebbe spazzare via entro un anno le startup cinesi più deboli, incapaci di sostenere l’onere di un addestramento originale e di competere senza l’ombrello della tecnica contestata. Una correzione che, paradossalmente, finirebbe per consolidare il potere dei giganti nazionali – da Baidu a Alibaba – lasciando Pechino con un ecosistema più concentrato ma forse più resiliente alla guerra fredda dell’AI, mentre il resto del mondo osserva uno scontro in cui le regole del gioco vengono riscritte a colpi di circolari e gesti simbolici.
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