
La guerra dei narcos in Guerrero: 800 famiglie in fuga, il governo messicano sotto accusa
Assedio di Los Ardillos nella Montagna Bassa: droni e bloccaggi. Il governo evita lo scontro, le vittime chiedono aiuto a Trump.
L’offensiva dei gruppi criminali nella regione della Montagna Bassa del Guerrero ha raggiunto un’intensità che non si vedeva da anni. Secondo il Congresso Nazionale Indigeno, oltre 800 famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case dopo giorni di bombardamenti con droni e incursioni armate da parte del gruppo Los Ardillos, in conflitto con i rivali Los Tlacos. Le autorità federali, per ora, riconoscono solo 96 sfollati e tre feriti, ma i video diffusi dalle comunità raccontano di morti e case incendiate, con un silenzio che grida vendetta.
L’esecutivo di Claudia Sheinbaum ha scelto una strategia prudente: il segretario alla Sicurezza, Omar García Harfuch, ha spiegato che la priorità è proteggere la popolazione evitando il confronto diretto, mentre la segretaria dell’Interno, Rosa Icela Rodríguez, si è recata personalmente a Chilapa per trattare la rimozione dei blocchi. Una scelta che, nell’ottica di Città del Messico, mira a contenere il numero di vittime, ma che secondo gli analisti di Bruxelles rischia di apparire come una resa di fatto al potere criminale, in un paese dove lo Stato fatica ad affermare il proprio monopolio della violenza.
La disperazione ha spinto le vittime a cercare soccorso oltre confine. In un video divenuto virale, donne indigene con il volto coperto si rivolgono direttamente al presidente degli Stati Uniti Donald Trump: “Mandaci gli elicotteri, la presidenta non ci ascolta”. Per Pechino, che osserva con attenzione le crisi di governance in America Latina, si tratta della conferma di un vuoto istituzionale che favorisce l’espansione delle economie illegali, mentre a Roma e nelle capitali europee cresce la preoccupazione per le ripercussioni migratorie e per la sicurezza dei propri cittadini investitori in Messico.
L’attacco a comunità indigene storicamente legate al movimento zapatista assume i contorni di una pulizia territoriale condotta con metodi paramilitari. Il governo statale di Guerrero e l’amministrazione municipale di Chilapa sono accusati di collusione o quantomeno di omissione. “Ci stanno uccidendo e voi non fate nulla”, denuncia il portavoce del Congresso Nazionale Indigeno. L’impressione, condivisa anche da molti osservatori internazionali a New York, è che il Messico stia vivendo una fase di transizione nella quale il conflitto tra cartelli si riversa sulla popolazione civile come mai prima d’ora.
Lo scenario futuro è incerto. Se la linea della trattativa non porterà risultati concreti, il rischio è che il vuoto lasciato dallo Stato venga colmato da una militarizzazione forzata o da un’ulteriore escalation tra bande. Per l’Italia, che ha recentemente rafforzato i controlli alle frontiere, la crisi del Guerrero è un campanello d’allarme: la destabilizzazione del Messico può generare nuovi flussi migratori verso gli Stati Uniti e, di riflesso, verso l’Europa. La risposta di Sheinbaum nei prossimi giorni decreterà se il paese è ancora in grado di garantire l’ordine interno o se la sovranità cederà il passo alla legge dei clan.
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