
Hegseth lancia l'ultimatum all'Iran dal ponte di una nave a Singapore
Il capo del Pentagono avverte Teheran: accordo sul nucleare o scontro con l'esercito USA. Incontri con il Vietnam e un messaggio che risuona fino in Europa.
L'immagine è di quelle destinate a restare impresse: il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, in piedi sul ponte della nave d'assalto anfibio USS Boxer, attorniato da marine in uniforme, scandisce parole che non lasciano spazio a interpretazioni. «Il presidente ha detto che l'Iran può prendere la strada giusta con un accordo al tavolo dei negoziati, oppure avere a che fare con i miei uomini sulla sinistra», ha dichiarato, indicando i soldati. Poi, con un gesto che evoca il passaggio di testimone da ex commilitone a comandante, ha aggiunto: «Quello ero io, un tempo. Ora siete voi». La scena, trasmessa da organi di informazione libanesi e rilanciata in tutto il Medioriente, sintetizza la postura dell'amministrazione Trump: diplomazia o forza, nessuna via di mezzo. Secondo resoconti iraniani, l'avvertimento è stato ancora più esplicito: «Quando fate il vostro dovere, i nemici sanno cosa li attende: o fanno un passo avanti e affrontano la potenza e la furia dell'esercito americano, oppure si ritirano», avrebbe detto Hegseth.
La scelta di Singapore come palcoscenico non è casuale. Hegseth è nella città-Stato per partecipare al vertice sulla sicurezza asiatica, lo Shangri-La Dialogue, e ha colto l'occasione per consolidare i legami con il Vietnam. L'incontro con il leader To Lam e il ministro della Difesa Phan Van Giang ha prodotto dichiarazioni sull'«espansione di un partenariato che mostri al mondo come due nazioni un tempo divise possano oggi collaborare nel mutuo rispetto della sovranità». Questa duplice offensiva – diplomatica in Asia e muscolare verso l'Iran – rivela una strategia integrata che, nell'ottica di Washington, dovrebbe rassicurare gli alleati dell'Indo-Pacifico mentre si alza la pressione su Teheran.
Da Mosca, i toni sono di vigile attenzione: l'agenzia di stampa russa ha sottolineato la fiducia di Hegseth nella prontezza delle forze armate, quasi a segnalare ai propri partner mediorientali che lo scontro potrebbe essere imminente. Nel frattempo, la stampa economica iraniana riporta l'ultimatum con un misto di allarme e rassegnazione, consapevole che la finestra per un compromesso sul programma nucleare si sta restringendo. L'alternativa, il negoziato, resta sul tavolo, ma la retorica della minaccia rischia di radicalizzare le posizioni di chi, a Teheran, diffida delle promesse occidentali.
Per l'Europa, e in particolare per l'Italia, l'escalation non è un problema lontano. Un conflitto nel Golfo avrebbe conseguenze immediate sul prezzo del petrolio e sulla sicurezza del Mediterraneo allargato, già provato da crisi irrisolte. L'Unione, che da anni cerca di tenere in vita l'accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), si trova schiacciata tra la fedeltà atlantica e l'impulso al dialogo. Roma, con i suoi forti interessi energetici e la storica proiezione verso il Levante, sarebbe tra le prime a pagare il conto di una guerra.
L'ultimatum di Hegseth, lanciato da una piattaforma galleggiante nel cuore del Sud-est asiatico, ridefinisce l'architettura della sicurezza globale. Ora la palla passa all'Iran, ma il messaggio è chiaro anche per Pechino e Mosca: gli Stati Uniti sono pronti a usare la forza su più fronti, e la diplomazia ha tempi sempre più stretti.
| Stampa iraniana e affini | −0.75 | critical |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.20 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.30 | critical |
L’Iran vede le dichiarazioni del Segretario alla Difesa americano come retorica bellicosa e un tentativo di intimidazione. Teheran rigetta l’ultimatum, presentandolo come una scelta imposta che maschera l’arroganza militare statunitense. La minaccia di 'trattare con i nostri uomini' è letta come un ricatto, non come una vera proposta diplomatica.
La visita di Hegseth a Singapore segna un rafforzamento dei legami con il Vietnam, mentre l’avvertimento a Teheran diventa un elemento secondario di un più ampio riorientamento strategico nel Pacifico. L’incontro con i leader vietnamiti sottolinea la volontà di superare le divisioni storiche in nome del mutuo rispetto e della sovranità. L’alternativa nucleare iraniana è presentata come una scelta chiara, ma nel contesto di una diplomazia difensiva in espansione.
Le dichiarazioni del capo del Pentagono sulla prontezza delle forze armate americane contro l’Iran vengono riportate con un tono di allarme contenuto, sottolineando l’escalation retorica. La minaccia di un’azione militare è presentata come un dato di fatto, mentre Mosca osserva con scetticismo l’ennesima dimostrazione di forza statunitense in Asia. L’alternativa offerta a Teheran è descritta come una scelta sotto pressione, non una vera via diplomatica.
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