
Hormuz chiuso: lo shock petrolifero più grande della storia costa 1,8 miliardi di barili
L’ad di Aramco Nasser: dal blocco dello stretto una perdita netta di 1,8 miliardi di barili, nonostante le rotte alternative e il ricorso alle riserve strategiche.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, provocata dalla guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran, ha innescato il più grave shock dell’offerta petrolifera mai registrato. Lo ha dichiarato Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, quantificando in oltre 2,6 miliardi di barili il greggio sottratto ai mercati globali dall’inizio del conflitto. Grazie all’attivazione di corridoi alternativi e al massiccio ricorso alle scorte strategiche, la perdita netta si attesta tuttavia a 1,8 miliardi di barili, un volume che resta senza precedenti.
Il blocco ha ridotto i flussi attraverso Hormuz a un decimo dei livelli prebellici, con una contrazione media dell’offerta di 11 milioni di barili al giorno – oltre 100 milioni alla settimana. Per aggirare lo strozzatura, Aramco ha dirottato le esportazioni verso il Mar Rosso utilizzando l’oleodotto Est-Ovest saudita e i terminali di Yanbu, per poi instradare le petroliere attraverso Bab el-Mandeb, il Canale di Suez e l’oleodotto egiziano SUMED. Queste misure, insieme al prelievo di circa 600 milioni di barili dagli stock commerciali tra maggio e luglio, hanno permesso di compensare in parte il crollo dei flussi, ma non hanno evitato un danno strutturale al mercato.
L’impatto si è riverberato in modo asimmetrico: le importazioni di greggio dell’Asia sono calate di circa 6 milioni di barili al giorno nei momenti di picco, mentre le major energetiche occidentali – da BP a ExxonMobil, da Shell a TotalEnergies – hanno registrato utili netti trimestrali quasi raddoppiati, per un totale di circa 47 miliardi di dollari nel secondo trimestre. La stessa Aramco ha visto i profitti salire del 44% nello stesso periodo. Nasser ha avvertito che la capacità di raffinazione globale è ormai al limite e che qualsiasi fermo non programmato degli impianti potrebbe aggravare la pressione sulle forniture.
Anche nell’ipotesi di una rapida riapertura dello stretto, il riequilibrio richiederebbe mesi: secondo Nasser, per ricostituire le scorte esaurite potrebbero volerci fino a 18 mesi. Gli analisti di Morgan Stanley e Goldman Sachs stimano che il pieno recupero della produzione mediorientale non arriverà prima del prossimo anno, e che un prolungamento delle ostilità sposterebbe ulteriormente in avanti quella scadenza. La prossima tappa da monitorare resta l’evoluzione dei negoziati tra Washington e Teheran, da cui dipende la riapertura dello stretto e il graduale riequilibrio dei mercati.
| Stampa iraniana e affini | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa del Golfo arabo | −0.80 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
| Stampa russa e CSI | +0.10 | neutral |
Teheran avverte che il blocco dello Stretto di Hormuz ha causato uno shock petrolifero senza precedenti, attribuendolo a tensioni di sicurezza regionali.
Utilizza il termine vago 'tensioni di sicurezza' per evitare di nominare l'Iran come responsabile, depersonalizzando la causa.
Tace l'iniziativa iraniana nel blocco e l'aumento dei profitti di Aramco durante la crisi.
Riyadh accusa Teheran di aver causato il più grande shock petrolifero della storia a causa della guerra.
Utilizza la causalità diretta ('a causa della guerra con l'Iran') per fissare la responsabilità su un singolo attore, senza menzionare il ruolo di Stati Uniti e Israele.
Omette che il conflitto è stato avviato da Stati Uniti e Israele e che Aramco ha tratto profitto dall'aumento dei prezzi.
Il mercato globale del petrolio lancia un allarme sulla crisi dello Stretto di Hormuz, sottolineando le perdite settimanali e la capacità di adattamento di Aramco.
Utilizza una cronaca a conto alla rovescia con numeri settimanali per creare un senso di urgenza e inevitabilità, mentre menziona le rotte alternative per mostrare resilienza.
Tace le cause geopolitiche del conflitto e chi ha iniziato le ostilità, concentrandosi solo sugli effetti economici.
Mosca analizza le misure di compensazione dopo lo shock petrolifero, evidenziando la capacità di ripristinare parte dell'offerta.
Utilizza dati finanziari e dettagli logistici per normalizzare lo shock, trasformandolo in un problema tecnico risolvibile piuttosto che in una crisi geopolitica.
Tace l'attribuzione di colpa e le dimensioni umane del conflitto, riducendo tutto a una questione di flussi e riserve.
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