
Il blocco USA allo Stretto di Hormuz: la mossa di Washington tra successi dichiarati e falle nel controllo
Washington ha annunciato il pieno dispiegamento del blocco navale ai porti iraniani, una mossa definita dal Centcom, il comando americano per il Medio Oriente, come un successo totale nell'interrompere il flusso marittimo da e per l'Iran. Secondo gli alti comandi statunitensi, in meno di 36 ore dall'inizio dell'operazione, avviata il 13 aprile dopo il fallimento dei colloqui con Teheran, sarebbe stata completamente paralizzata la via d'acqua da cui transita circa il 90% dell'economia della Repubblica Islamica. Oltre una dozzina di unità navali, tra cui un gruppo da battaglia con portaerei, presidiano le acque del Golfo di Oman in una sorta di rete di interdizione, avendo già costretto al rientro, secondo le fonti di Washington, almeno dieci mercantili.
Tuttavia, l'ottica di Pechino e di altri osservatori regionali rivela un quadro più sfumato. Fonti americane citate dal Wall Street Journal segnalano che, nelle ultime ventiquattr'ore, più di venti navi commerciali – tra cui tanker, portacontainer e navi da carico – hanno comunque attraversato lo Stretto di Hormuz. Alcune di queste, provenienti da porti non iraniani, procederebbero con i trasponder spenti per eludere possibili attacchi, indicando una ripresa, seppur timida, del traffico in una delle arterie petrolifere più critiche al mondo. Questo suggerisce che il blocco, per quanto stringente verso i porti iraniani, non ha fermato il commercio globale nella regione, ma ha creato una pericolosa dualità tra acque 'libere' e 'interdette'.
Per Teheran, la mossa americana rappresenta un colpo potenzialmente devastante, dato il ruolo vitale delle esportazioni via mare, soprattutto di idrocarburi. La risposta iraniana, per ora, sembra limitarsi a tentativi di forzare il blocco con singole unità, come il cargo Kashan che è riuscito a raggiungere il Mare Arabico, o a sfruttare corridoi opachi, come nel caso di una petroliera cinese battente bandiera del Malawi. La posta in gioco, però, travalica i confini regionali e tocca da vicino l'Europa, la cui sicurezza energetica è intrinsecamente legata alla stabilità di Hormuz. Da Bruxelles, gli analisti osservano con preoccupazione la riluttanza di potenze europee come Francia e Regno Unito a fornire un supporto navale diretto all'operazione USA, segno di un disallineamento strategico e del timore di una escalation che potrebbe far impennare i prezzi del greggio e innescare una crisi dei rifornimenti.
In prospettiva, la situazione rimane volatile. L'Italia, come gateway mediterraneo per gli idrocarburi, monitora l'evolversi della crisi con apprensione, conscia che una paralisi prolungata dello stretto avrebbe ripercussioni immediate sulla sua economia. La strategia americana, che punta a strangolare economicamente l'Iran senza un conflitto aperto, rischia di logorarsi se le falle nel controllo permarranno, spingendo Washington a misure più aggressive. D'altro canto, Teheran potrebbe essere tentata da rappresaglie asimmetriche, minacciando ulteriormente la libertà di navigazione. Il prossimo capitolo dipenderà dalla capacità delle diplomazie, europea in primis, di trovare una via di de-escalation, prima che il gioco del gatto col topo nelle acque del Golfo precipiti in uno scontro dalle conseguenze imprevedibili per gli equilibri globali.
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