
Il cambio di guardia a Budapest: da Szijjártó a Magyar, nuove prospettive per Ucraina ed Europa
Mentre Budapest si prepara al passaggio di consegne, il segnale più netto di un possibile riallineamento arriva da Bruxelles: la Commissione europea guarda con attesa al futuro premier ungherese Péter Magyar, pronto a sbloccare una partita rimasta troppo a lungo in stallo, quella dell’allargamento a Kiev. Il capo del comitato parlamentare di cooperazione Ucraina-Ue, Pekka Toveri, ha lasciato intendere che con il nuovo esecutivo magiaro le resistenze sull’adesione di Kiev potrebbero attenuarsi, a patto che siano rispettate integralmente le condizioni previste dai trattati. Una posizione, questa, che non rappresenta una novità assoluta: diverse capitali europee, da Berlino a Parigi, chiedono da tempo un percorso rigoroso senza scorciatoie.
Ma l’apertura di Magyar, che ha già dichiarato di non avere pregiudizi verso l’Ucraina purché si proceda senza procedure accelerate, segna una frattura con l’eredità di Péter Szijjártó, il ministro degli Esteri uscente che per undici anni ha coltivato con Mosca un rapporto pragmatico e senza rimpianti. In una delle sue ultime interviste, Szijjártó ha rivendicato con orgoglio quella scelta, sottolineando che proprio grazie a quel pragmatismo l’Ungheria continua a rifornirsi di petrolio e gas russi a condizioni vantaggiose, blindate da contratti di lungo termine. Per Budapest, insomma, l’energia è stata la stella polare di una politica estera che ha spesso fatto tremare i vetri a Bruxelles, bloccando sanzioni e pacchetti di aiuti militari a Kiev.
L’ottica di Pechino osserva con interesse questo cambio di passo: una maggiore coesione europea sull’allargamento potrebbe ridurre la dipendenza dal sostegno cinese, ma anche complicare il delicato equilibrio tra gli interessi di Mosca e le ambizioni di una Cina che cerca di consolidare la propria influenza nell’Europa centrale. Dal punto di vista italiano, il dossier ungherese incrocia due priorità: la sicurezza energetica, dato che l’Italia importa ancora gas russo pur avendo accelerato la diversificazione, e la necessità di non spezzare l’unità europea proprio mentre si discute del futuro dell’Ucraina. La svolta annunciata da Magyar, tuttavia, non sarà immediata.
Il nuovo premier ha già fatto capire che non accetterà scorciatoie procedurali e che, come altri Stati membri, pretende riforme concrete da Kiev prima di un sì definitivo. Questa posizione, se da un lato allontana lo spettro di un veto ungherese, dall’altro allunga i tempi di un’adesione che resta incerta. Nel frattempo, il Parlamento europeo lavora per costruire un consenso che possa resistere ai venti populisti soffiati da Budapest e Varsavia, e la partita si gioca anche sul fronte interno magiaro: fonti di Bruxelles ricordano che tra pochi anni in Ungheria potrebbe tenersi un referendum sull’integrazione europea, e il nuovo esecutivo dovrà dosare con prudenza le aperture a Kiev per non perdere consenso tra i ceti rurali e industriali più legati al gas russo.
La strada verso un’Ucraina in Europa resta lastricata di condizioni, ma l’uscita di scena di Szijjártó e l’ascesa di Magyar potrebbero segnare l’inizio di una fase più dialogante, in cui la realpolitik di Budapest cede il passo a una diplomazia meno ostile, senza però dimenticare gli interessi economici che hanno tenuto in vita il rapporto con Mosca.
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