
Il disagio dell’Occidente opulento: quando la crescita non basta più
La Germania si sta spegnendo. Non è lo sfogo di un catastrofista, ma la diagnosi che Michael Kretschmer, governatore della Sassonia, affida a un’intervista per descrivere un Paese in cui «tutto diventa meno»: meno cultura, meno servizi, meno prospettive, con i comuni a corto di trentacinque miliardi e un governo federale che, dopo un anno di cancellierato di Friedrich Merz, scontenta il settanta per cento dei cittadini. L’inquietudine non è confinata ai sondaggi.
Il presidente degli imprenditori tedeschi, Rainer Dulger, parla di una delusione tra i datori di lavoro «più profonda e in crescita» di quella, già lacerante, sperimentata durante l’esecutivo semaforo. La promessa di riformare il sistema-Paese si scontra con una realtà brutale: i costi del lavoro restano i secondi più alti dell’area OCSE, con un cuneo fiscale e contributivo che divora quasi metà della retribuzione lorda, colpendo in modo sproporzionato proprio quei redditi medi che dovrebbero sorreggere la domanda interna.
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