
Il fragile cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah vacilla: Netanyahu ordina attacchi «con forza» dopo le violazioni
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato sabato all'esercito di colpire «con forza» obiettivi di Hezbollah nel sud del Libano, rompendo la fragile tregua estesa appena tre giorni fa su iniziativa dell'amministrazione Trump. La decisione arriva dopo che l'esercito israeliano ha denunciato il lancio di droni esplosivi da parte del partito sciita libanese contro i propri soldati nella regione di Qantara, episodio che si aggiunge a una serie di violazioni del cessate il fuoco secondo Tel Aviv. Nelle ore precedenti, raid israeliani avevano già ucciso sei persone, tra cui quattro civili a Yohmor al-Shaqeef, colpiti mentre viaggiavano su un camion e una moto, e altri due membri di Hezbollah in distinti attacchi.
La risposta di Netanyahu ha innescato una nuova ondata di bombardamenti su quattro località dei distretti di Bint Jbeil, Tiro e Nabatiyeh, con l’aviazione che ha preso di mira quelle che lo Stato maggiore definisce «infrastrutture terroristiche». Dal punto di vista libanese, le autorità sanitarie hanno parlato di sei morti e denunciato la distruzione di abitazioni nel villaggio di Khiam, amplificando la tensione in un Paese già stremato da anni di crisi economica e politica. L’ottica di Teheran, che sostiene Hezbollah, considera queste incursioni una prova della determinazione israeliana a sabotare ogni intesa, mentre a Beirut il governo – paralizzato dall’assenza di un presidente – fatica a mediare.
Sul fronte diplomatico, l’estensione di tre settimane voluta da Washington aveva sollevato speranze, ma il nuovo ciclo di violazioni e rappresaglie mostra quanto il meccanismo di controllo sia fragile. Secondo analisti europei, il rischio è che il conflitto a bassa intensità si trasformi in una guerra aperta, con ripercussioni dirette anche su Roma e Bruxelles: l’Italia partecipa con circa mille soldati alla missione UNIFIL, schierata lungo la Linea Blu, e qualsiasi escalation metterebbe a repentaglio la sicurezza del contingente. Inoltre, la stabilità del Mediterraneo orientale incide sulle rotte energetiche e sui flussi migratori verso l’Europa.
Per il momento, la tregua regge solo sulla carta: da Tel Aviv si ribadisce il diritto di difendersi da ogni minaccia, mentre Hezbollah, pur evitando una risposta massiccia, continua a testare i limiti dell’accordo. La partita si gioca ora nei corridoi di Washington e tra le cancellerie mediorientali, ma senza un meccanismo di verifica credibile e una volontà politica sincera, il sud del Libano rischia di tornare teatro di un conflitto che nessuno – né Israele, né l’Iran, né l’Europa – può permettersi.
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