
Il grido delle madri: «Lasciateci entrare» sfida lo spettacolo del Mondiale in Messico
A poche ore dall'inaugurazione dei Mondiali 2026, centinaia di familiari di scomparsi hanno marciato verso lo Stadio Città del Messico per chiedere giustizia e visibilità internazionale, bloccati dalla polizia.
La notte del 10 giugno, a poche ore dalla cerimonia d’apertura del Campionato mondiale di calcio 2026, migliaia di messicani hanno marciato in silenzio lungo la Calzada de Tlalpan, diretti verso lo Stadio Città del Messico. Candele accese, fotografie di volti assenti e magliette verdi della nazionale modificate con i nomi dei desaparecidos: una processione di dolore che chiedeva di essere ascoltata. «Lasciateci entrare!» ha supplicato Vicky Ponce, una madre inginocchiata davanti ai cordoni della polizia, mentre lo sguardo del mondo era puntato sul gigante di Santa Úrsula. Le forze dell’ordine, dispiegate in un imponente dispositivo di sicurezza, hanno respinto la folla, impedendo che il corteo raggiungesse la zona protetta intorno all’impianto.
Il contrasto non potrebbe essere più stridente. Mentre il Messico si preparava a mostrare al mondo la sua capacità organizzativa e la passione per il calcio, le cifre ufficiali parlano di oltre 133 mila persone scomparse nel Paese, in gran parte vittime della criminalità organizzata e di un sistema di ricerca e giustizia che arranca. «Non siamo contro lo sport — ha dichiarato Vanessa Gámez, madre di una ragazza sparita — ma sono stati investiti milioni per questa festa, mentre mancano risorse per trovare i nostri figli». Le magliette con la domanda «La palla torna a casa... e tu quando?» sono diventate un simbolo di questa denuncia silenziosa ma radicale.
Secondo gli osservatori locali, la mobilitazione — ribattezzata “Illuminiamo la ricerca” — ha saputo bucare l’attenzione mediatica internazionale proprio sfruttando la ribalta del grande evento. Non sono mancate altre voci di protesta nella capitale: insegnanti in agitazione e la commemorazione del 55° anniversario dell’Halconazo, la strage studentesca del 1971. Ma nessuno di questi cortei è riuscito ad avvicinarsi allo stadio, e le autorità hanno rivendicato una gestione senza incidenti. Da Bruxelles e da altre capitali europee, dove il rispetto dei diritti umani è parte integrante dei criteri per l’assegnazione dei grandi eventi sportivi, si osserva con attenzione come il governo messicano saprà raccogliere — o ignorare — questo grido di aiuto.
La protesta, pur contenuta, ha già incrinato la narrazione trionfalistica della vigilia. Per molte famiglie, il Mondiale è l’ultima occasione per urlare al mondo che in Messico scomparire significa diventare invisibili due volte. La partita vera, suggerisce il dolore delle madri, si gioca sul confine tra festa e memoria, e il fischio d’inizio non basterà a zittirlo.
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