
Il mito dell'Azteca e il Mondiale dei giganti: è l'alba della festa a 48 squadre
Alla vigilia dell’inaugurazione, il tempio di Pelé e Maradona si prepara a scrivere una nuova pagina, mentre il calcio planetario si moltiplica fra tre nazioni e antiche contraddizioni.
I fantasmi di Diego e O Rei aleggiano ancora sulle gradinate del colosso di cemento armato che domina il caos urbano della periferia sud di Città del Messico, mentre gli operai limano gli ultimi dettagli alla vigilia della cerimonia inaugurale. Ribattezzato dalla FIFA con l’asettico nome di “Mexico City Stadium”, per il mondo intero resta e resterà l’Estadio Azteca, il luogo che secondo un’antica suggestione precolombiana “fa gli dèi”. Qui, il 21 giugno 1970, Pelé incantò l’Italia nella finale contro il Brasile e pochi giorni prima Beckenbauer giocò con un braccio bendato la “partita del secolo” contro l’Italia di Rivera e Mazzola. Sedici anni più tardi Maradona firmò la doppietta più discussa della storia, prima la “mano de Dios” e poi il gol del secolo, entrambi contro l’Inghilterra. Oggi quel catino sacro si appresta a diventare, per la terza volta – un primato mondiale – scenario di una Coppa del Mondo.
La ventitreesima edizione del torneo è anche la prima a dislocarsi lungo l’intero asse settentrionale del continente americano: Messico, Stati Uniti e Canada si spartiscono le 104 partite di un calendario gonfiato fino a 48 partecipanti, con gli Stati Uniti che ospiteranno la mattina, il cuore logistico e il maggior numero di gare, mentre al Messico sono toccati solo tredici incontri e dieci alla federazione della foglia d’acero. Nell’ottica di Bruxelles, questa dilatazione geografica e numerica solleva interrogativi fra gli analisti dello sport: se da un lato la democratizzazione del calcio sembra un passo inevitabile, dall’altro la dispersione dei riflettori su tre fusi orari e stadi distanti migliaia di chilometri rischia di spezzettare il racconto e sfibrare le squadre, favorendo chi potrà gestire al meglio i trasferimenti transcontinentali.
Dal punto di vista messicano, l’orgoglio di un nuovo capitolo mondiale si scontra con la consapevolezza di un ruolo da comprimario nell’economia complessiva dell’evento. Se nel 1970 e nel 1986 il paese si era fatto carico dell’intera manifestazione, oggi la coabitazione con i potenti vicini del nord ridimensiona le ambizioni, ma lascia intatta la mistica di un tempio che sopravvive alla cementificazione selvaggia e al traffico infernale di una metropoli di ventidue milioni di anime. L’Azteca, inaugurato nel 1966, sorgeva allora su campi aperti; oggi è inglobato in un magma di viali congestionati e quartieri popolari che lo rendono al tempo stesso icona e prigione.
Per l’Italia, assente dopo due esclusioni consecutive, il torneo resta un osservatorio agrodolce: gli affreschi di quel 1970 sembrano ormai reperti archeologici, mentre lo sguardo si sposta su una competizione che rischia di diventare un’olimpiade allargata più che un campionato delle eccellenze. Tuttavia, proprio la dimensione ipertrofica, sostengono da Pechino, offre alle nazionali asiatiche e africane una vetrina senza precedenti, moltiplicando le possibili mine vaganti del tabellone finale. Il calcio si prepara a una festa mai così grande, ma la storia insegna che i miti nascono solo nei luoghi dove la passione brucia l’asfalto. E l’Azteca, con la sua pelle di cemento, è lì a ricordarcelo.
| Stampa latinoamericana | +0.80 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.40 | critical |
Il Messico accoglie il Mondiale per la terza volta nella storia, inaugurando l'edizione con 48 squadre. La presidente Sheinbaum partecipa ai festeggiamenti in un centro sportivo popolare, mentre il Paese si ferma per celebrare. L'entusiasmo nazionale contagia ogni angolo, dalle scuole chiuse alle piazze gremite.
La stampa svizzera presenta il Mondiale come un torneo degli eccessi, con tre paesi ospitanti e il record di 48 squadre. L'attenzione è sulla portata logistica e simbolica dell'evento, più che sulla celebrazione, mentre si avvicina l'esordio della Nazionale contro il Qatar. Il tono è distaccato, tra scetticismo sulla dimensione e cronaca pacata delle partite.
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