
Trump: eravamo pronti al più grande attacco dal 1945, poi l’Iran chiese di parlare
Il presidente Usa ha rivelato di aver preparato un’offensiva senza precedenti, bloccata dalla richiesta di negoziati di Teheran. Intanto prosegue l’intesa tecnica con l’Oman sullo Stretto di Hormuz.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il suo governo era pronto a sferrare contro l’Iran «il più grande attacco dalla Seconda guerra mondiale», prima che Teheran chiedesse un colloquio. Parlando a Las Vegas, Trump ha riferito che funzionari iraniani lo hanno contattato dicendo: «Per favore, non farlo, parliamo». Il presidente ha ribadito di preferire un accordo diplomatico, ma ha aggiunto che «l’Iran non può avere un’arma nucleare». La ricostruzione è stata riportata da diverse agenzie, tra cui Adnkronos e Domani.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha smentito l’esistenza di negoziati diretti con Washington, precisando che i colloqui in corso sullo Stretto di Hormuz sono esclusivamente bilaterali con l’Oman. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, la leadership iraniana considera il controllo dello stretto «una scommessa molto rischiosa», puntando sulla capacità di danneggiare l’economia americana come leva per evitare future azioni militari. Il vicepresidente Usa J.D. Vance ha definito i negoziati «complessi» e ha collegato la discesa del prezzo del petrolio – a 79 dollari – a un possibile allentamento delle tensioni.
L’intesa tecnica con Mascate, secondo quanto emerso, prevede una corsia settentrionale sotto controllo iraniano per le navi in entrata, mentre il traffico in uscita transiterà attraverso acque omanite. Un canale centrale sarà bonificato dalle mine congiuntamente da Iran e Oman e destinato alla navigazione a doppio senso. Il piano esclude l’applicazione di pedaggi o commissioni, anche se fonti israeliane (Kikar HaShabbat) parlano di possibili «dazi di servizio» da imporre alle imbarcazioni. Restano divergenze sulla definizione del controllo dello stretto, mentre un alto funzionario del Golfo ha stimato al 50% la probabilità di un accordo entro venerdì.
La cornice del confronto è quella di un conflitto riesploso il 28 febbraio, seguito da un cessate il fuoco ad aprile e da un memorandum d’intesa a giugno, entrambi violati da attacchi reciproci, secondo la ricostruzione di CNN Indonesia. Il Pakistan ha espresso l’auspicio che l’intesa sullo Stretto di Hormuz possa aprire la strada alla ripresa dei colloqui tecnici tra Iran e Stati Uniti. Al momento, la bozza di accordo tra Teheran e Mascate attende il via libera della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei.
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
| Stampa israeliana | +0.40 | aligned |
La forza americana costringe l'Iran a chiedere colloqui, dimostrando la potenza degli Stati Uniti.
Presentando la telefonata iraniana come una resa incondizionata e omettendo la smentita di Teheran, si crea una narrazione di vittoria.
Viene omessa la smentita iraniana sui negoziati diretti e l'accordo tecnico con l'Oman.
L'Europa continentale smonta la pretesa di Trump contrapponendo i fatti: l'Iran nega colloqui diretti e presenta l'accordo con l'Oman come alternativa.
Confrontando la dichiarazione di Trump con la smentita ufficiale iraniana e aggiungendo il contesto dell'accordo Oman-Iran, si crea un effetto di verifica incrociata.
Viene omessa la possibilità che la pressione militare abbia effettivamente spinto l'Iran a cercare un accordo, anche se indiretto.
Israele sostiene la linea di Trump: la pressione militare ha funzionato, ma la diplomazia è preferibile per evitare vittime.
Enfatizzando la preferenza di Trump per un accordo e la sua umanità, si legittima la minaccia militare come strumento negoziale.
Viene omessa la smentita iraniana e il ruolo dell'Oman, per mantenere la narrazione di un successo americano.
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