
Il Pentagono valuta la sospensione della Spagna dalla NATO: crepe nell’alleanza atlantica
Un’email interna del Pentagono, di cui ha preso visione l’agenzia Reuters, ha squarciato il velo sulle tensioni più acute che oggi attraversano la NATO. Nella corrispondenza riservata, i vertici militari statunitensi ipotizzano misure punitive contro gli alleati che non hanno garantito pieno sostegno alle operazioni militari in Iran, arrivando a ventilare la sospensione della Spagna dall’Alleanza e una possibile revisione della posizione americana sulla sovranità britannica delle isole Falkland. La fuga di notizie, più che un semplice scambio interno, rivela un’incrinatura profonda nel modo in cui Washington interpreta oggi i vincoli di solidarietà atlantica.
Al centro dello scontro c’è il rifiuto di Madrid di concedere ai velivoli e alle navi statunitensi l’accesso alle basi di Rota e Morón, nonché i diritti di sorvolo – i cosiddetti ABO, Access, Basing and Overflight – durante l’offensiva congiunta americano-israeliana. Secondo fonti della Casa Bianca, tali prerogative rappresentano “la base minima assoluta per la NATO”. Il premier spagnolo Pedro Sánchez, da Cipro, ha respinto con ironia l’intera vicenda: «Non lavoriamo con le email, ma con atti ufficiali», ribadendo che le operazioni in Iran violano il diritto internazionale e che la collaborazione con gli alleati resta piena, ma non incondizionata. Da Bruxelles, invece, un portavoce dell’Alleanza ha ricordato che il Trattato di Washington non contempla alcun meccanismo di sospensione o espulsione di uno Stato membro: l’uscita può essere soltanto volontaria.
La nota interna non si limitava al caso spagnolo. L’elenco delle ritorsioni possibili includeva l’esclusione dei Paesi “problematici” da incarichi di prestigio nell’architettura NATO e, appunto, il riesame del sostegno a Londra sulle Falkland, un’ipotesi che da Buenos Aires suonerebbe come un assist diplomatico, ma che per i britannici rappresenta una minaccia inedita. Da Londra, il governo ha replicato con fermezza che la sovranità sulle isole “resta immutata”, mentre fonti della difesa britannica hanno interpretato la fuga come un tentativo di forzare la mano agli alleati titubanti, primo fra tutti quel Regno Unito che inizialmente aveva mostrato esitazione nel concedere gli ABO.
Per chi osserva da Roma, la vicenda assume contorni di immediato interesse. L’Italia ospita basi fondamentali per la proiezione americana nel Mediterraneo e in Medio Oriente, da Sigonella ad Aviano, e si trova da settimane a dover bilanciare la fedeltà atlantica con la contrarietà di larga parte dell’opinione pubblica e della maggioranza alle operazioni iraniane. Se l’amministrazione Trump ritiene che il semplice accesso a basi e spazi aerei sia un obbligo imprescindibile e non negoziabile, ogni capitale europea che esprima riserve rischia di finire nel mirino. Non è un caso che il Pentagono abbia bollato come mero esercizio interno quelle che, in realtà, sono opzioni discusse ai massimi livelli.
L’episodio giunge in un momento in cui l’Alleanza appare attraversata da una ridefinizione profonda della propria identità. Da un lato, gli Stati Uniti chiedono una condivisione del rischio militare che va ben oltre il tradizionale impegno di difesa collettiva; dall’altro, Paesi come la Spagna e una parte crescente dell’opinione pubblica europea misurano il sostegno sulle coordinate del diritto internazionale e della legittimità. La frizione non si risolverà con un chiarimento procedurale. Anche se l’espulsione è giuridicamente impossibile, la minaccia di esclusione politica dalle stanze dei bottoni dell’Alleanza segna un precedente pericoloso, che potrebbe accelerare i progetti di autonomia strategica europea e indebolire la coesione della NATO proprio quando le crisi globali richiederebbero un fronte unito.
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